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La pioggia cade su Brescia fin dalle prime ore del mattino del 28 maggio 1974. In piazza della Loggia arrivano operai, insegnanti, delegati sindacali, studenti, pensionati. La manifestazione antifascista convocata dai sindacati e dal Comitato unitario permanente antifascista nasce dentro un clima di violenza che da mesi attraversa la città: aggressioni, attentati, provocazioni neofasciste, bombe contro sedi sindacali e politiche.
Brescia non è una periferia della storia italiana di quegli anni. È uno dei luoghi nei quali la strategia della tensione mostra con più evidenza il suo obiettivo: colpire il movimento operaio, intimidire l’associazionismo democratico, spezzare il legame costruito nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole dopo l’autunno caldo.
Alle 10.12, mentre dal palco sta parlando il sindacalista Franco Castrezzati, una bomba nascosta in un cestino portarifiuti, composta da gelignite e dinamite, esplode tra la folla. La strage è devastante. I morti sono otto, di cui cinque attivisti del sindacato scuola della Cgil: Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Vittorio Zambarda (Luigi Pinto morirà qualche giorno dopo, il 1° giugno, Vittorio Zambarda il 16).
Cinque insegnanti attivi nel sindacato, due operai, un ex partigiano. Non vengono colpiti bersagli casuali. A essere colpita è una parte precisa dell’Italia repubblicana: il mondo del lavoro organizzato, l’antifascismo, la partecipazione democratica costruita nelle lotte sociali e sindacali degli anni Sessanta e Settanta. L’obiettivo è diffondere paura, destabilizzare il Paese.
Le fotografie e le testimonianze di quella mattina restituiscono immagini che sono entrate nella memoria collettiva: gli ombrelli aperti sotto la pioggia, il fumo, le urla, i corpi a terra. Dopo l’esplosione molti scappano verso i portici, altri cercano di soccorrere i feriti senza capire subito cosa sia successo.
La piazza diventa in pochi secondi un luogo di morte. Eppure, fin dalle prime ore successive all’attentato, Brescia mostra anche un’altra immagine di sé: quella di una comunità che rifiuta il panico e sceglie la solidarietà. La reazione popolare è immediata e impressionante. Operai, studenti, sindacalisti, cittadini comuni presidiano la piazza. La Camera del lavoro diventa il centro operativo di una risposta collettiva che ha al tempo stesso un carattere civile e politico.
“Nelle vie adiacenti - scriveva il Giornale di Brescia - era un continuo andirivieni di autoambulanze e di vetture delle organizzazioni sindacali dotate di altoparlanti che cercavano di dare un contributo al ristabilimento di un minimo di ordine e invitando i dimostranti a trasferirsi in piazza Vittoria dove si sarebbe dovuto mettere a punto un piano di risposta democratica alla mostruosa aggressione”.
Scrive ancora il quotidiano: “Gli altoparlanti della federazione sindacale annunciavano il prolungamento dello sciopero fino alla mezzanotte di oggi e per domani l’occupazione di tutte le fabbriche di città e provincia alla folla di piazza della Loggia. Ammirevole il senso di responsabilità dei sindacalisti, tra i quali molti giovani. Energicamente provvedono a riordinare le fila, anche con la collaborazione dei vigili urbani, dei lavoratori e degli studenti”.
Il giorno dopo a Milano oltre 200 mila persone confluiscono in piazza del Duomo, dove a nome della Federazione unitaria parla Agostino Marianetti; a Napoli, alla presenza di circa 100 mila manifestanti, a parlare è Franco Marini; a Bologna in piazza Maggiore parla Bruno Trentin, a Torino Giorgio Benvenuto, a Roma - in piazza San Giovanni dove confluiscono oltre 300 mila persone - intervengono Luciano Lama, Raffaele Vanni e Luigi Macario.
Nell’aprire la manifestazione in quella piazza San Giovanni che dal rapimento di Aldo Moro alla manifestazione sulla scala mobile del 24 marzo 1984 sarà per lui luogo dei grandi appuntamenti, delle grandi sfide, dirà Luciano Lama: “Da piazza Fontana a Brescia una mente criminale, una mano sola ha operato per colpire a morte lo Stato democratico, per spegnere nella coscienza dei cittadini l’amore per la libertà; ma compagni e amici dei partiti democratici, questo disegno che vuole disgregare il Paese non riesce: i grandi valori della Resistenza non sono senza difensori. Voi li vedete qui oggi, questi difensori riuniti come in altre cento piazze d’Italia, decisi a difendere le istituzioni, a promuovere il progresso sociale e civile”.
I funerali delle vittime, celebrati il 31 maggio, saranno uno dei momenti più intensi della storia civile italiana del dopoguerra. In piazza della Loggia si ritroveranno autorità dello Stato, dirigenti sindacali, rappresentanti politici, ma soprattutto una folla enorme, composta da persone arrivate da tutta Italia.
La giornata sarà segnata, però, anche dalla rabbia e dalla sfiducia verso le istituzioni, accusate da molti di non avere saputo fermare la violenza neofascista e, in alcuni casi, di averla coperta (per la Federazione unitaria parla di nuovo Luciano Lama, il cui discorso sarà preventivamente visionato dal presidente Leone. Agli applausi per gli interventi di Lama e del socialista Gianni Savoldi seguono i fischi della piazza e la contestazione: Giovanni Leone e Mariano Rumor sono i più bersagliati, ma gli insulti investono tutti i principali esponenti della Dc).
Negli anni successivi la storia della strage diventerà anche la storia di una ricerca difficile della verità. Solo dopo decenni di indagini e nuovi procedimenti giudiziari si arriverà alla condanna definitiva di esponenti di Ordine nuovo come Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Quelle sentenze confermeranno la matrice neofascista della strage e il ruolo delle reti eversive dell’estrema destra veneta e lombarda.
Ma la storia di Brescia non è soltanto la storia di una strage. È anche la storia della memoria costruita negli anni dai familiari delle vittime, dalle associazioni, dalle scuole, dai sindacati, da storici e semplici cittadini.
“La storia di piazza della Loggia - scriveva Manlio Milani - è anche la storia delle vittime di quella strage e delle ragioni per cui consapevolmente erano, eravamo, in piazza quella mattina del 28 maggio 1974 per partecipare a quella manifestazione antifascista con l’obiettivo non solo di respingere la violenza, ma di assicurare spazi di relazione e di dialogo a tutti. Proprio per questo la loro storia s’intreccia con le ragioni della Storia da loro e da noi ereditata”.
Prosegue Milani: “Se per Euplo e Vittorio vi era il riflesso di una continuità con il contributo diretto dato nella Resistenza, del suo sbocco costituzionale, negli altri la presenza nasceva da un’articolata idea interpretativa di quella eredità ma dentro l’antifascismo delle regole, della solidarietà, del riconoscersi nell’altro, in quel diritto di cittadinanza che ci fa sentire uguali rispetto a quelle regole. Era in questo la loro identità di cittadini, che poi si esprimeva nell’insegnamento praticato da Alberto, nel lavoro operaio di Bartolomeo; nell’essere - come Luigi - insegnante emigrato dal Sud al Nord in cerca di un lavoro, non solo per se stesso, e per poter guardare con autonomia al proprio futuro; nell’insegnamento e nella cultura emancipatrice della donna ben rappresentata da Livia, Giulietta, Clem. Un’identità non come rinuncia alla propria visione del mondo, ma come ricerca di conoscenza e di dialogo entro il quale rivendicare le proprie aspettative”.
… senza illusioni, ma senza disperare (Livia, 1964).























