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“La Loggia del silenzio” è il docufilm presentato a Brescia, in occasione del cinquantaduesimo anniversario della strage di Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974. Un percorso che vuole onorare l’impegno civile di Manlio Milani, marito di una delle vittime, Livia Bottardi. Ma soprattutto, attivista da mezzo secolo e presidente della Casa della Memoria. Ad accompagnarlo nella ricostruzione, il giornalista Gianluca Barca - all’epoca un ragazzo del movimento - la scrittrice e storica Benedetta Tobagi, lo storico Davide Conti, la direttrice dell'Archivio Flamigni Ilaria Moroni. Il docufilm è frutto di un lavoro corale di Tommaso D'Elia, Simone Pallicca, Elena Caronia e Daniela Preziosi, intervistata da Collettiva.
Che valore ha parlare oggi di questa storia a 52 anni di distanza?
Innanzitutto c’è un forte valore contemporaneo legato al percorso giudiziario della strage di Brescia. Ci sono due condannati in via definitiva, un esecutore e un mandante, ma anche altri presunti esecutori che sono oggi a processo. Quindi la vicenda giudiziaria non è affatto conclusa. Inoltre ci sono ancora molti tasselli di verità mancanti, anche se alcuni elementi sono ormai molto solidi. Tra questi, il ruolo del mandante Carlo Maria Maggi, esponente di Ordine Nuovo ed ex dirigente del Movimento Sociale Italiano. Questo è un punto importante, perché la storia del Msi è ancora oggi attuale, visto che alcuni rappresentanti delle istituzioni rendono ogni giorno omaggio ai suoi fondatori. C’è poi un tema più generale: il racconto degli anni di piombo, che sono stati in realtà anche anni di grande partecipazione politica e popolare, oltre che di violenza e tritolo. Il racconto di quel periodo è ancora parziale, per questo abbiamo sentito la necessità di tornarci con un linguaggio particolare, dando spazio a un protagonista diretto di quella storia, come Manlio Milani.
Che cosa rende Piazza della Loggia particolarmente significativa nel contesto che fu della strategia della tensione?
La strage di Brescia segna in qualche modo un cambio di fase. La bomba colpisce una manifestazione antifascista, in un momento in cui, nella primavera del 1974, la città era attraversata da attentati di matrice neofascista contro sindacati e istituzioni. Non è una strage in un luogo pubblico indifferenziato e in un momento qualsiasi: è un attacco diretto nel cuore di una manifestazione antifascista. Le vittime sono soprattutto sindacalisti, in particolare del mondo della scuola. L’altro elemento precipuo della vicenda è che il depistaggio è stato fondamentale nel rallentare e oscurare la verità. Serve a interrompere il legame tra fatti, responsabilità e mandanti, creando un vuoto di tempo che indebolisce la verità stessa. Se la verità arriva dopo cinquant’anni, è inevitabilmente più debole rispetto a una verità emersa subito dopo i fatti.
Qual è l’obiettivo del vostro lavoro rispetto alle nuove generazioni
L’idea era quella di rendere questa storia comprensibile e accessibile soprattutto a chi non la conosce, perché sono passati oltre cinquant’anni. Si tratta di un documentario “copy free”, quindi utilizzabile liberamente da scuole, studenti e collettivi, senza bisogno della nostra presenza o autorizzazione. Per raccontare i fatti, ci siamo affidati anche all’esperienza di persone come Ilaria Moroni dell’Archivio Flamigni, che lavora molto nelle scuole, o di studiosi come Benedetta Tobagi, che ha scritto un bellissimo libro sulla strage di Piazza della Loggia. L’impressione è che in Italia si parli molto del terrorismo delle Brigate Rosse, ma molto meno della stagione delle stragi neofasciste e dei depistaggi legati a settori deviati dello Stato. Questo rende il racconto incompleto. Spesso, nelle scuole, alla domanda su chi abbia messo la bomba alla stazione di Bologna, molti rispondono “le Br”. Questo dimostra che la conoscenza storica non è ancora consolidata. E se non si fanno i conti con il passato, il passato non passa davvero.
Torniamo alla figura di Manlio Milani. Nel documentario si pone la domanda “Perché sono sopravvissuto?”, in cui è racchiuso tutto il senso di una vita di impegno.
Manlio Milani è un grande combattente per la civiltà democratica e per la Repubblica costituzionale. Ma rappresenta anche tutte le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, senza le quali molti processi non sarebbero mai arrivati a conclusione. In molti casi sono stati proprio loro a tenere viva la spinta verso la verità, in un contesto segnato da depistaggi che hanno allungato i tempi della giustizia e indebolito l’impatto della verità stessa. Milani è una figura straordinaria: per oltre cinquant’anni ha portato avanti questa battaglia, con rigore e senza volere per forza compiacere tutti. La sua domanda – “Perché sono stato risparmiato?” – è un interrogativo che accomuna molti sopravvissuti a tragedie collettive che, come lui, riescono a trasformare il dolore personale in memoria collettiva, il trauma in impegno civile. È soprattutto grazie alle associazioni dei familiari delle vittime che si è mantenuta viva la ricerca della verità.
Quali sono state le principali sensazioni e reazioni della città, Brescia, alla presentazione del docufilm?
Brescia reagì sin da subito, all’epoca, in modo molto compatto e determinato. È una città che non dimentica e che continua a difendere quella memoria in modo attivo, non solo simbolico. Durante le riprese abbiamo visto persone fermarsi spontaneamente davanti alla lapide dedicata alle vittime, e salutare Manlio Milani. È una memoria viva, condivisa, che non è rimasta ferma al passato ma continua a essere parte dell’identità della città. L’impressione è che su questa memoria Brescia non arretri di un passo. Il 28 maggio è una data che la città vive ancora con grande intensità e intransigenza. È anche una delle ragioni per cui, storicamente, chi ha rappresentato la destra al governo ha evitato di essere presente in quella ricorrenza. Ma servirebbe a tutti confrontarsi con queste verità ancora non completamente raccontate. Brescia appare oggi una città non vittima, ma fortemente consapevole e determinata nel difendere la propria memoria antifascista.























