1946 - L’Assemblea Costituente

È il 2 giugno 1946, la guerra e il ventennio fascista sono ancora una ferita aperta e dolorosa, ma questa giornata è diversa. Le strade sono piene fin dal mattino, milioni di donne e di uomini sono pronti a votare per decidere se l’Italia sarà ancora un regno o diventerà una Repubblica. È la prima volta per le donne, che erano state escluse da qualsiasi decisione. In contemporanea quel giorno si scelgono anche i 556 deputati che scriveranno quella che ancora oggi è la nostra Costituzione. Tra gli eletti tanti sindacalisti della Cgil, tra cui Giuseppe Di Vittorio. Un contributo fondamentale quello della Cgil, che si palesa sin dal primo articolo: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Poi c’è l’articolo 3, l’articolo che più di tutti incarna lo spirito della Costituzione, perché ne fa non una semplice fotografia dell’esistente e dei suoi equilibri.

Prendendo atto dell’esistenza di ostacoli che impediscono la piena partecipazione dei lavoratori alla vita sociale e politica dello Stato, la Costituzione riconosce la contraddizione principale delle società capitalistiche per farsi progetto di trasformazione di un sistema di rapporti sociali ingiusti e incompatibili con i principi che afferma. Come ebbe a dire Calamandrei, ciò rende la Costituzione non un punto d’arrivo, bensì il punto di partenza di una rivoluzione che si mette in cammino. O nell’articolo 4: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. La sensibilità degli esponenti della Cgil si nota anche negli articoli 36 e 37 della Costituzione che parlano di retribuzione proporzionata, esistenza libera e dignitosa e di parità salariale. Un dettame costituzionale che a quasi 80 anni dall’entrata in vigore non è ancora applicato. Così come la presenza di sensibilità sindacali si notano fortemente negli articoli 39 e 40 che parlano di libertà sindacale e diritto di sciopero.

Significative sono le parole che Giuseppe Di Vittorio pronunciò nel suo intervento alla Terza Sottocommissione: “Affermare il diritto al lavoro deve significare un impegno che la società nazionale, rappresentata dallo Stato, assume di creare condizioni di vita sociale tali che il cittadino possa avere lavoro”. L’Assemblea Costituente si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946 e nominò Giuseppe Saragat come Presidente. Il 28 giugno nominò Enrico De Nicola come Capo provvisorio dello Stato. Il 22 dicembre 1947 la Costituzione venne approvata, il 27 dicembre il testo venne promulgato a firma del Presidente della Repubblica Enrico De Nicola e entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

1947 - La strage di Portella della Ginestra

Era il primo maggio del 1947, e dopo gli anni bui del fascismo e della guerra si tornava a celebrare la festa dei lavoratori. Una festa che dal 1924 al 1946 era stata soppressa e sostituita dalla festa del Lavoro, celebrata il 21 aprile. Non quell’anno però: nel 1947, dopo la Liberazione, il Primo maggio fu ufficialmente riconosciuto come festa nazionale. In tanti scesero in strada e nelle piazze per celebrare questa giornata, tra cui numerosi contadini siciliani del comune di Piana degli Albanesi, nell’entroterra della provincia di Palermo, che si riunirono in una vallata denominata Portella della Ginestra. Lì, tra contadini, operai e le loro famiglie, c’erano circa 2mila persone.

Si manifestava contro il latifondismo e a favore dell’occupazione delle terre incolte, ma non solo: si festeggiava la recente vittoria del Blocco del Popolo, l'alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti, alle elezioni dell'assemblea regionale siciliana di dieci giorni prima. Alcuni erano lì anche nella speranza di mangiare qualcosa, viste le condizioni di vita piuttosto misere dei lavoratori dell’epoca.

Poi, d’un tratto, gli spari. Raffiche di mitra provenienti dal monte Pelavet si abbatterono sulla folla e si protrassero per circa un quarto d'ora, lasciando sul terreno undici morti, di cui 3 bambini, e ventisette feriti, alcuni dei quali morirono nei giorni successivi per le ferite riportate. Furono sparati circa 800 colpi con almeno sette armi diverse. Nelle giornate del 22 e 23 giugno avvennero altri attentati con mitra, molotov e bombe a mano contro le Camere del Lavoro e le sedi del PCI di Monreale e di altri comuni siciliani, provocando due morti - i sindacalisti Vincenzo Lo Jacono e Giuseppe Casarrubea - e numerosi feriti. Sui luoghi degli attentati vennero lasciati volantini, firmati dal bandito Salvatore Giuliano, che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo.

A seguito delle indagini che lo indicavano come colpevole, Giuliano inizialmente negò ogni coinvolgimento, per poi ammetterlo in interviste e memoriali. Nel processo, conclusosi nel 1952, la giustizia stabilì che lui e la sua banda erano stati gli unici responsabili materiali della strage. Giuliano era già morto nel 1950, ma i suoi uomini furono condannati all’ergastolo.

Il processo non riuscì però a individuare con certezza eventuali mandanti politici. Fin da subito, e ancora oggi nella storiografia, sono state avanzate ipotesi e sospetti su possibili coinvolgimenti di ambienti politici reazionari siciliani, interessati a intimidire le masse contadine che avevano sostenuto il Blocco del Popolo alle elezioni regionali del 1947. Tali ipotesi, tuttavia, non sono mai state provate in sede giudiziaria, e la questione dei mandanti resta un nodo storico controverso.

1948 - Le scissioni sindacali

È il 1948 quando l’unità sindacale costruita durante la Resistenza comincia a incrinarsi. Nel clima sempre più teso della Guerra fredda, le divisioni politiche che attraversano il Paese entrano anche nel movimento dei lavoratori. Nella Cgil, nata nel 1944 con il Patto di Roma come organizzazione unitaria delle principali correnti del sindacalismo italiano, si prepara una scissione.

Il processo di divisione si sviluppa tra l’estate del 1948 e la primavera del 1950. La prima componente a lasciare la Confederazione è quella cattolica che, nell’ottobre del 1948, dà vita alla Libera Cgil guidata da Giulio Pastore. Nel giugno del 1949 anche le correnti dei socialdemocratici e dei repubblicani si separano, fondando la Federazione Italiana dei Lavoratori. Il percorso si conclude nel 1950 con la nascita delle nuove confederazioni sindacali: la UIL il 5 marzo e la CISL il primo maggio.

Per il sindacato italiano si apre una delle fasi più difficili del dopoguerra, tra divisioni ideologiche, conflitto sociale e un clima politico segnato da forti tensioni. In quegli anni la repressione delle mobilitazioni operaie e contadine è spesso violenta. La “Celere”, il corpo di polizia potenziato dal ministro dell’Interno Mario Scelba, interviene duramente durante scioperi e manifestazioni. Decine di lavoratori perdono la vita. L’episodio più noto è quello di Modena, dove il 9 gennaio 1950 la polizia uccide sei operai davanti ai cancelli delle Fonderie Riunite. Altri scontri si registrano nei piccoli centri del Mezzogiorno, tra Sicilia, Puglia e Basilicata, in località come Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore e Celano.

Di fronte a questo isolamento politico e sociale, la Cgil tenta di rilanciare la propria iniziativa con una proposta di ampio respiro. Al secondo congresso confederale di Genova, nel 1949, viene presentato il Piano del lavoro, un progetto che punta a contrastare la disoccupazione attraverso grandi investimenti pubblici, opere infrastrutturali, interventi in edilizia e agricoltura e la nazionalizzazione dell’energia elettrica.

Il clima politico del centrismo democristiano resta però poco favorevole alle proposte della Confederazione. Lo dimostrano lo scontro del 1953 sulla nuova legge elettorale maggioritaria e la vertenza del 1954 sul conglobamento salariale, conclusa con un accordo separato senza la Cgil.

La fase più difficile arriva nel 1955, quando la FIOM viene sconfitta nelle elezioni per le Commissioni interne alla Fiat. Dopo quella battuta d’arresto Giuseppe Di Vittorio pronuncia una dura autocritica davanti al direttivo confederale. Da quel momento la Cgil avvia un percorso di rinnovamento destinato a cambiare profondamente la sua strategia rivendicativa negli anni successivi.

1949 - Il Piano del Lavoro e il Congresso di Genova

È il 1949. L’Italia è ancora segnata da disoccupazione diffusa, salari molto bassi e da un sistema produttivo fragile. La Cgil, guidata da Giuseppe Di Vittorio, prova a uscire dall’isolamento politico e sociale del dopoguerra con una proposta ambiziosa: il Piano del lavoro. Il progetto viene presentato al congresso confederale di Genova nell’ottobre di quell’anno e approfondito quello successivo in una conferenza nazionale. Il Piano nasce con l’obiettivo di affrontare insieme due problemi storici della società italiana: la disoccupazione e il ritardo dello sviluppo economico. L’idea è costruire un grande programma nazionale capace di creare lavoro e modernizzare il Paese. Non si tratta di un progetto di trasformazione socialista dell’economia, ma di una proposta pensata per intervenire nelle condizioni esistenti, utilizzando le potenzialità di crescita del sistema produttivo.

Il cuore della proposta è un vasto programma di opere pubbliche e investimenti: edilizia popolare, bonifiche e trasformazioni agrarie, infrastrutture e sviluppo della produzione energetica. Tra i punti centrali compare anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica, ritenuta indispensabile per sostenere la crescita industriale.

Nella visione della Cgil più occupazione significa anche un rafforzamento del mercato interno: più lavoro e salari più dignitosi possono stimolare investimenti e sviluppo. Il Piano prova inoltre a superare una frattura che attraversa il mondo del lavoro, quella tra occupati e disoccupati, unificando le rivendicazioni salariali con la lotta contro la disoccupazione.

Attorno alla proposta nascono comitati per l’occupazione, per la terra e per lo sviluppo industriale, mentre in diversi territori si sperimentano forme di lotta innovative come gli scioperi a rovescio, con lavoratori e disoccupati che avviano direttamente lavori utili alla collettività per denunciare l’assenza di investimenti.

Mentre la mobilitazione è ancora in corso, Di Vittorio rilancia nel congresso del 1952 l’idea di uno Statuto dei diritti dei lavoratori che estenda i principi della Costituzione dentro le fabbriche.

Il Piano del lavoro non diventò politica economica nazionale, ma lasciò un segno profondo nella storia del sindacato: una proposta di sviluppo fondata su occupazione, diritti e partecipazione sociale.

1950 - La ricostruzione e la centralizzazione contrattuale

È il 1950. Dopo le scissioni che dal 1948 avevano diviso la Cgil e dato vita a Cisl e Uil, il movimento dei lavoratori si trova a operare in un contesto politico ed economico profondamente mutato. L’Italia è ormai pienamente inserita nel clima della Guerra fredda e il modello di sviluppo che prende forma nel Paese si fonda su un’economia aperta ai mercati internazionali, su politiche di bilancio rigorose e su costi del lavoro molto contenuti.

All’inizio degli anni Cinquanta la ricostruzione industriale procede rapidamente, sostenuta anche dagli aiuti del Piano Marshall e dalla domanda internazionale. La produzione cresce e la produttività aumenta, ma questi progressi non si traducono subito in un miglioramento delle condizioni dei lavoratori. La disoccupazione è elevata e i salari rimangono bassi. Solo nella seconda metà del decennio l’occupazione comincia ad aumentare, accompagnata da una forte migrazione interna verso i grandi poli industriali del Nord.

In questo scenario anche le relazioni industriali iniziano lentamente a cambiare. I contratti nazionali di categoria diventano il punto di riferimento della disciplina del lavoro, mentre si sviluppa progressivamente un secondo livello di negoziazione nelle imprese. Sul finire degli anni Cinquanta la contrattazione aziendale viene riconosciuta e inserita in un sistema articolato: ai contratti nazionali spetta fissare le regole generali, mentre nelle aziende si negoziano materie specifiche legate all’organizzazione del lavoro e alla produttività.

Per la Cgil questi anni sono segnati da una condizione di forte difficoltà. L’organizzazione è isolata sul piano politico e spesso esclusa dai tavoli contrattuali. La strategia della Confederazione, guidata da Giuseppe Di Vittorio, resta inizialmente centrata su grandi mobilitazioni generali e sulla battaglia contro la disoccupazione, come dimostra il Piano del lavoro presentato nel 1950. Quel progetto proponeva un vasto programma di investimenti pubblici, nazionalizzazione dell’energia elettrica, interventi nel Mezzogiorno e un grande piano di edilizia popolare.

Il Piano non fu accolto dal governo, ma rappresentò il primo tentativo di indicare una prospettiva complessiva di sviluppo economico e occupazione. La svolta per la Cgil maturò nella seconda metà del decennio. La sconfitta della Fiom alle elezioni delle commissioni interne alla Fiat nel 1955 mostrò il distacco tra la linea confederale e i cambiamenti in atto nelle fabbriche. Nei congressi successivi l’organizzazione avviò una profonda riflessione e iniziò a rivedere la propria strategia, riconoscendo il ruolo della contrattazione articolata e riportando la fabbrica al centro dell’azione sindacale.

1951 - L’autonomia del sindacato, Budapest e lo scontro tra Di Vittorio e Togliatti

1951. Palmiro Togliatti prende la parola al Teatro Adriano di Roma, durante il VII Congresso del Partito comunista italiano. Nel pieno della Guerra fredda, il leader comunista rilancia la linea del partito attorno a tre parole chiave - pace, lavoro e libertà - collocando il PCI come forza nazionale e democratica, pur dentro il quadro internazionale dominato dal confronto tra i blocchi. In quella stagione il rapporto tra partito e sindacato sembra ancora muoversi lungo una tradizione consolidata: al partito la guida politica generale, al sindacato la rappresentanza sociale del lavoro.

Negli anni successivi però questa relazione comincia a incrinarsi. Alla guida della Cgil c’è Giuseppe Di Vittorio, protagonista della ricostruzione del sindacato unitario nel dopoguerra. La sua convinzione è che il sindacato non debba limitarsi a riflettere l’azione dei partiti, ma agire come soggetto autonomo, capace di avanzare proposte e rappresentare direttamente il mondo del lavoro.

Negli anni Cinquanta questa visione prende forma in iniziative concrete. Il Piano del lavoro, lanciato nel 1949, propone un vasto programma di investimenti pubblici per creare occupazione, modernizzare l’economia e ridurre le disuguaglianze territoriali. Attorno a quella proposta si sviluppano mobilitazioni che coinvolgono lavoratori, amministrazioni locali e tecnici.

Parallelamente la Cgil promuove nuove forme di iniziativa: dalle lotte contadine nel Mezzogiorno agli scioperi alla rovescia per ottenere opere pubbliche e posti di lavoro. In quegli anni prende forma anche una proposta destinata a lasciare il segno: lo Statuto dei diritti dei lavoratori, pensato per portare nelle fabbriche le garanzie democratiche della Costituzione.

Questa crescita di autonomia non avviene senza tensioni. Nel gruppo dirigente del PCI resta forte l’idea di un primato politico del partito sulle organizzazioni sociali. Le divergenze emergono soprattutto dopo la metà del decennio, quando la Cgil avvia una riflessione autocritica dopo la sconfitta della FIOM alla Fiat nel 1955 e pone il tema di un ritorno dell’azione sindacale alla specificità di ogni singola fabbrica, del modo in cui al loro interno si organizza la produzione e del ventaglio di retribuzioni proposto dal datore. In un’espressione: si tratta di praticare una “contrattazione articolata”.

Il conflitto diventa esplicito nel 1956, con la repressione sovietica della rivolta ungherese. La Cgil condanna l’intervento armato e denuncia il distacco tra potere politico e masse popolari nei paesi dell’Est. La presa di posizione apre uno scontro duro con la direzione del Pci e rende evidente una divergenza maturata nel tempo.

Da quella vicenda emerge con chiarezza l’idea di sindacato costruita da Di Vittorio: un’organizzazione unitaria e autonoma, capace di dialogare con i partiti ma non subordinata ad essi, e in grado di intervenire direttamente sulle grandi questioni sociali del Paese. Una concezione destinata a orientare a lungo la storia della Cgil.

1952 - Il congresso di Napoli: riforme di struttura e confronto col centrismo

E’ la fine del 1952, a Napoli si raduna la Cgil per il suo terzo congresso. Gli ultimi anni sono stati complicati, l’unità nazionale che ha permesso al paese prima di liberarsi dal nazifascismo e poi di approvare la Costituzione è un lontano ricordo. La divisione del mondo in blocchi ha portato i partiti antifascisti a dividersi sin dal 1948, e così è successo al movimento sindacale. Le scissioni hanno indebolito il movimento sindacale italiano, ma da Napoli la Cgil ha dato prova della sua visione. E’ il segretario Giuseppe Di Vittorio che ha tracciato la rotta, che nel corso del secolo ha vissuto le diverse fasi del movimento sindacale italiano. La proposta è dirompente: uno Statuto dei diritti dei lavoratori. Qualcosa a cui il centrismo democristiano non è pronto, e che infatti verrà introdotto solo nel 1970. Far entrare la Costituzione nei luoghi di lavoro, è questo lo slogan lanciato. Di Vittorio, infatti, sosteneva che i diritti democratici sanciti dalla Costituzione repubblicana dovessero essere garantiti anche all’interno dei luoghi di lavoro, dove spesso i lavoratori erano privi di tutele effettive denunciando il fatto che spesso il lavoratore “cessava di essere cittadino quando entrava in fabbrica”. Il primo articolo stabiliva che l’impresa non può ledere la dignità, la libertà e la personalità morale del lavoratore. Il secondo articolo proponeva che nessun lavoratore potesse essere discriminato o licenziato per le proprie opinioni. Il terzo principio prevedeva che i lavoratori potessero organizzarsi liberamente nel sindacato all’interno dei luoghi di lavoro. Mentre il quarto principio chiedeva garanzie contro il licenziamento ingiustificato o discriminatorio. Di Vittorio collegò le rivendicazioni sindacali a un progetto più ampio di rinascita economica nazionale, chiedendo: politiche pubbliche per creare lavoro, sviluppo dell’industria e dell’agricoltura, interventi contro disoccupazione e povertà. Idee in continuità con il precedente “Piano del lavoro” della Cgil del 1949. Con il Congresso del 1952 la Cgil mostrò la sua identità e la coerenza programmatica, sempre a difesa dei diritti dei lavoratori.

1953 - Di Vittorio a Vienna: la Federazione Sindacale Mondiale

Nel 1953 Giuseppe Di Vittorio arriva a Vienna. Bracciante pugliese diventato leader sindacale, segretario generale della Cgil, è una figura che ha già attraversato fascismo, guerra e ricostruzione. L’elezione alla presidenza della Federazione Sindacale Mondiale segna un passaggio ulteriore: il sindacalismo italiano entra stabilmente in una dimensione globale.

La Fsm, nata nel secondo dopoguerra con l’ambizione di unire i lavoratori di tutto il mondo, negli anni della Guerra fredda è ormai collocata nell’orbita dei Paesi socialisti. Vienna diventa così il luogo in cui si incrociano tensioni politiche, equilibri internazionali e aspirazioni del lavoro organizzato. In questo contesto, la figura di Di Vittorio assume un ruolo particolare. Non è solo un rappresentante di un’area politica, ma un dirigente capace di parlare a un mondo del lavoro attraversato da profonde divisioni.

Alla guida della Cgil, continua a portare avanti un’idea di sindacato radicato nei diritti e nella contrattazione, impegnato a migliorare concretamente le condizioni dei lavoratori italiani. Il congresso di Napoli del 1952 aveva indicato con chiarezza questa direzione, mettendo al centro la necessità di nuove tutele e di una legislazione del lavoro più avanzata. A Vienna, però, quello stesso impianto si misura con una scala diversa, fatta di rapporti tra Stati, ideologie e modelli di sviluppo.

Negli incontri internazionali Di Vittorio sostiene le lotte dei lavoratori in Europa, ma anche di quelli dei paesi in via di decolonizzazione, cercando un terreno comune tra esperienze molto diverse. La sua presenza è continua, fatta di congressi, missioni, relazioni costruite nel tempo. Ma accanto a questo impegno resta una linea che non viene meno: l’autonomia del sindacato. Anche dentro un organismo segnato da forti appartenenze politiche, Di Vittorio mantiene l’idea che il sindacato debba rispondere prima di tutto ai lavoratori.

È una posizione che negli anni successivi emergerà con ancora più forza, soprattutto di fronte alle tensioni che attraversano il blocco socialista. I paesi socialisti vivono infatti una contraddizione strutturale: se da un lato hanno superato una dinamica privatistica dell’economia e della produzione, costruendo anche importanti sistemi di sicurezza sociale, dall’altro lato però i partiti al potere privano i lavoratori – gli stessi nel cui nome governano – della possibilità di praticare realmente il conflitto sociale, a partire dalla libertà sindacali più elementari come lo sciopero. Nel 1953, in occasione del congresso della Fsm, l’incompatibilità tra questo sistema e la visione di Di Vittorio si palesa apertamente: il sindacalista pugliese si fa infatti promotore di una Carta universale dei diritti sindacali e democratici dei lavoratori, da far valere e rivendicare ovunque: anche nei paesi socialisti. La freddezza della componente filo-sovietica del congresso non poteva essere più lampante, come racconterà Bruno Trentin

La presidenza della Federazione Sindacale Mondiale rappresenta così un momento di grande visibilità per il sindacalismo italiano, ma anche una prova complessa. Di Vittorio si muove tra due livelli, nazionale e internazionale, cercando di tenere insieme rappresentanza, diritti e autonomia in un tempo segnato da contrapposizioni rigide.

1954 - La Cgil e lo scelbismo

E’ il febbraio del 1954, e a Palazzo Chigi si insedia Mario Scelba il peggior nemico dei lavoratori e della Cgil. La sua politica di gestione dell’ordine pubblico, che verrà definita scelbismo, si caratterizza per una spiccata fermezza anticomunista e antisindacale, l'uso della Celere per reprimere le proteste di piazza e un'azione di polizia talvolta ritenuta limitativa delle libertà costituzionali. Lo scontro tra Scelba e la Cgil nasce da lontano, a partire dall’eccidio di Portella della Ginestra quando da ministro dell’Interno minimizzò l’accaduto affermando che non si era trattato di un attentato politico, ma solo di banditismo. La repressione scelbiana tra la fine degli anni ‘40 e la metà degli anni ‘50 portò a svariate vittime, feriti e incarcerati. Per Mario Scelba ogni protesta era l'inizio di una possibile rivoluzione bolscevica e come tale andava repressa con la forza. Nelle campagne del Sud la repressione fu costante, ma anche nelle città del nord i morti causati dalla repressione scelbiana furono molti. Ma il nome di Scelba, oltre che per le sue repressioni da ministro dell’Interno, carica che tenne per sé anche durante l’esperienza da Presidente del Consiglio, è legato a doppio filo anche alla famigerata legge truffa. Una legge elettorale, pensata per incrementare i parlamentari democristiani grazie al premio di maggioranza. Legge che però non fu sufficiente a garantire alla Dc, che insieme agli alleati non superò la soglia del 50% dei voti che faceva scattare il premio, la maggioranza sperata nelle elezioni del 1953. E fu proprio l’instabilità politica a portare Scelba a palazzo Chigi per oltre 500 giorni. Dopo 5 anni da parlamentare torna di nuovo ad indossare le vesti di ministro dell’Interno dal 1960 al 1962. Negli anni ‘60 è uno strenuo oppositore di Aldo Moro e della sua idea di coinvolgere i socialisti e in seconda battuta i comunisti nel governo repubblicano. Il giudizio postumo sulla sua figura è più che problematico: per gli studiosi Scelba rappresenta l’ala più intransigente dell’atlantismo, al punto tale da lasciare intravedere possibili torsioni autoritarie. L'avversione a idee di giustizia sociale di stampo socialcomunista, in nome di una priorità di ordine economico, portò a violare le libertà costituzionali di opinione e assemblea nei confronti di appartenenti alle formazioni sindacali e delle sinistre.

1955 - La sconfitta della Fiat

Il 29 marzo 1955 la Fiom Cgil perde per la prima volta contro Fim-Cisl. Siamo alle elezioni per le Commissioni interne nel triangolo industriale, la cui realtà più rappresentativa è certamente la Fiat di Torino: la sconfitta non riguarda solo la maggioranza assoluta, ma anche il primato all’interno della più importante fabbrica del Paese.

Pochi giorni dopo, il 10 aprile, il segretario generale Giuseppe Di Vittorio intervenne di fronte al direttivo della Cgil con un’analisi lucida e priva di retorica. Di Vittorio osservò come i risultati di Torino fossero una delle spie più evidenti del clima di dispotismo e ricatto padronale instaurato non solo alla Fiat ma in molte altre aziende. Secondo il leader sindacale, tali soprusi andavano resi pubblici per favorire la lotta per il rispetto dei diritti democratici e della dignità dei lavoratori.

Tuttavia, Di Vittorio evitò la trappola del vittimismo. Affermò con forza che sarebbe stato un grave errore denunciare l'azione illegale del padronato per poi sottovalutare la gravità del colpo inferto alla Fiom e alla Cgil. Sostenne che tentare di scagionare il sindacato dalle proprie responsabilità non sarebbe stato degno di una grande organizzazione che affondava le radici nella tradizione del movimento operaio. Ammise apertamente che vi erano state colpe e lacune interne e che il compito del sindacato era scoprire, insieme ai lavoratori, quali fossero stati gli errori nell’organizzazione del sindacato in fabbrica e nella conseguente linea rivendicativa. Pur riconoscendo che alla Fiat avevano temporaneamente vinto i padroni e la "paura della fame", Di Vittorio, con l’ausilio di figure come Vittorio Foa e Bruno Trentin, invita l’organizzazione ad un’analisi più attenta delle trasformazioni produttive, in modo da rendere la Cgil maggiormente capace di rispondere e contrastare le nuove e più sottili forme di controllo ed eterodirezione connesse al fordismo-taylorismo.

Come ricordato da Iginio Ariemma: Di Vittorio, Foa e Trentin furono gli artefici di una svolta che rimise al centro i problemi concreti dell'organizzazione del lavoro. Di Vittorio rispose nominando Foa e Novella alla guida della Fiom, segnando l'inizio di una nuova linea che si consolidò nei Congressi di Roma del 1956 e di Milano del 1960. In quest'ultima occasione, la Cgil scelse definitivamente la politica della contrattazione articolata, ottenendo importanti vittorie. È la linea del “ritorno in fabbrica” di un Sindacato “scalfito da vari insuccessi ma mai vinto”.

1956 - La strage di Marcinelle

8 agosto 1956. Il fumo si alza denso dalla bocca di una miniera di Bois du Cazier, in Belgio. Le fiamme si sono spente, e con esse la vita di più di 262 persone di diverse nazionalità. 136 morti sono italiani, così come le loro famiglie, che aspettano gridando e piangendo che qualcuno riesca a uscire da quell’inferno.

A dieci anni dal protocollo italo-belga del 1946 che regolava l’emigrazione di 50.000 minatori italiani in Belgio, si verificò una tragedia che sconvolse profondamente entrambi i Paesi. Il patto prevedeva l’invio settimanale di giovani lavoratori, non oltre i 35 anni, in cambio di forniture di carbone destinato all’Italia. Manifesti e campagne pubblicitarie millantavano pensioni anticipate, buoni stipendi e carbone gratuito, ma nascondevano le reali condizioni di lavoro. Le norme di sicurezza erano assenti o inefficaci: secondo i dati ufficiali del 1952, solo quell’anno la miniera belga registrò oltre 39.000 incidenti con 43 morti; tra il 1841 e il 1965, le vittime superarono le 21.000.

Dopo la tragedia di Marcinelle, anche l’Inca del Belgio fu coinvolto come parte civile, supportando le successive indagini e cause giudiziarie e sostenendo le famiglie delle vittime. La sentenza assolverà tutti i dirigenti. Ci sarà un solo condannato, un ingegnere, a sei mesi con la condizionale e una multa. La società Bois du Cazier sarà condannata a pagare una parte delle spese di risarcimento. La causa si concluderà nel 1964 con un accordo tra le parti. A un anno dalla strage la miniera del Bois du Cazier riaprirà, continuando la sua attività per altri dieci anni. Chi continuerà a lavorarci racconterà di essere stato “carne venduta”, in un clima di disumanità capace di far sprofondare gli animi più del buio stesso dei pozzi. La storia di quelle miniere è la testimonianza della precarietà e della resilienza del lavoratore migrante. Un paesaggio di baracche e strade gelate, con esistenze segnate dai controlli e privazioni per arricchire i padroni, che può ancora presentarsi nel momento in cui si smette di proteggere i diritti giorno per giorno.

1957 - Giuseppe Di Vittorio

1957. Giuseppe Di Vittorio è a Lecco per incontrare i delegati sindacali. Da oltre un decennio guida la Cgil nella difficile stagione della ricostruzione democratica del Paese. Dopo l’incontro accusa un malore improvviso: morirà il 3 novembre. Con lui scompare una delle figure più importanti del sindacalismo italiano, protagonista di mezzo secolo di lotte del lavoro.

La sua storia comincia a Cerignola l’11 agosto 1892, in una Puglia segnata dalla povertà dei braccianti. Alla morte del padre, consumato dal lavoro nei campi, dovette lasciare la scuola per sostenere la famiglia. Non rinunciò però allo studio: costruì da autodidatta la propria formazione, annotando parole nuove e imparando da un vocabolario comprato con i primi risparmi.

Aveva appena dodici anni quando iniziò a frequentare le leghe contadine. Si avvicinò prima alle idee libertarie e poi al socialismo, diventando presto uno dei giovani dirigenti più attivi nel mondo bracciantile. Nel 1911 guidò la Camera del lavoro di Minervino Murge e l’anno successivo, pur detenuto, venne eletto nel comitato centrale dell’Unione Sindacale Italiana.

Dopo la Prima guerra mondiale tornò a Cerignola, partecipando alle grandi mobilitazioni contadine del primo dopoguerra. Nel 1921 fu eletto deputato mentre era rinchiuso nel carcere di Lucera, in un clima ormai segnato dalla violenza dello squadrismo. La Camera del lavoro di Bari divenne uno dei principali presìdi di resistenza contro gli assalti fascisti, ma la repressione avanzò rapidamente e nel 1922 Di Vittorio fu costretto all’esilio.

Tra Parigi e l’Unione Sovietica continuò l’attività politica e sindacale, rappresentando i lavoratori italiani nell’Internazionale contadina e contribuendo a mantenere viva la rete della Cgdl costretta all’estero. Partecipò alla guerra di Spagna e diresse strumenti di informazione antifascista. Arrestato dai tedeschi nel 1941, fu consegnato al regime fascista e confinato a Ventotene.

Con la caduta del fascismo tornò al centro della scena sindacale. Fu tra i protagonisti del Patto di Roma del 1944 che ricostituì la Cgil unitaria insieme ad Achille Grandi, raccogliendo anche l’eredità di Bruno Buozzi, assassinato pochi giorni prima dai nazisti. Nel 1945 venne eletto segretario generale e guidò la Confederazione nella ricostruzione democratica del Paese.

Anche dopo la rottura dell’unità sindacale nel 1948 rimase alla guida della Cgil. Dal Piano del Lavoro alla condanna dell’intervento sovietico in Ungheria, passando per l’accettazione dell’integrazione europea quale nuovo ineludibile terreno della lotta di classe, Di Vittorio esprime una precisa concezione del sindacato, che può essere considerata come il filo rosso della sua intera esperienza di capo-popolo: ovvero, un sindacato che non sia mera cinghia di trasmissione di un partito posto in posizione sovraordinata e di guida, ma un sindacato che, operando come soggetto politico a tutto tondo, afferma la sua autonomia anche rispetto ai partiti di riferimento, rifiutando limitanti divisioni dei compiti.

1958 - Il ritorno in fabbrica e la contrattazione articolata

Primavera 1958, da ormai 6 anni gli operai iscritti alla Cgil vivono le loro giornate al confino, soprattutto nella fabbrica per eccellenza, la Fiat, dove gli iscritti al sindacato di corso d’Italia sono relegati all’officina sussidiaria ricambi in corso Peschiera, ribattezzata dagli operai officina stella rossa. Ma qualcosa sta cambiando perché dal 1956 con il congresso di Roma, la Cgil cambia linea e lo slogan è evocativo: “tornare in fabbrica”. Dopo anni difficili, è il momento di rimettere al centro il lavoro concreto e la contrattazione. È l’inizio di una stagione nuova che si consolida a Milano nel 1960, quando il sindacato sceglie con decisione la strada della contrattazione articolata, rafforzando il ruolo delle categorie e delle strutture nei luoghi di lavoro.

In mezzo, però, deve scegliere da che parte della storia stare. Nell’ottobre del 1956 la Cgil condanna l’invasione sovietica dell’Ungheria, una presa di posizione che costerà molte critiche a Giuseppe di Vittorio e apre tensioni profonde nel rapporto con il PCI. Poco più di un anno dopo, alla morte del segretario generale il 3 novembre 1957, viene eletto il già protagonista della FIOM Agostino Novella.

Il nuovo corso prende forma tra fabbriche e piazze. L’estate del 1960 segna uno dei momenti più alti dell’impegno politico della Cgil, che proclama da sola lo sciopero generale contro il governo Tambroni, sostenuto dal MSI. Le proteste attraversano il Paese e vengono represse duramente, con morti e feriti a Genova, Reggio Emilia e in Sicilia. È uno spartiacque, che rafforza il ruolo del sindacato come soggetto capace di tenere insieme diritti del lavoro e difesa della democrazia.

Intanto, nelle fabbriche, la nuova strategia contrattuale inizia a dare risultati concreti. La vertenza degli elettromeccanici milanesi, alla fine del 1960, si chiude con decine di accordi aziendali che confermano la validità della linea scelta. Negli stessi anni, i rinnovi contrattuali del 1959 e del 1962-63 segnano passi avanti importanti anche sul terreno dell’unità d’azione, soprattutto tra metalmeccanici e tessili.

È proprio nel 1962 che i metalmeccanici conquistano un risultato decisivo: il riconoscimento della contrattazione integrativa, sancito da un protocollo con l’Intersind, la rappresentanza dell’industria pubblica. Un passaggio che rafforza l’autonomia sindacale e apre nuove possibilità di intervento nei luoghi di lavoro.

Sul piano politico, l’avvio del centrosinistra nello stesso anno introduce nuovi equilibri. In una prima fase la Cgil osserva con cautela, ma la crisi economica e politica del 1963-64 cambia il clima. L’opposizione alla programmazione economica del governo diventa esplicita nel congresso di Bologna del 1965, segnando una distanza crescente.

1959 - Lotte e conquiste delle donne

Nel 1959, mentre l’Italia accelera verso il boom economico, nelle fabbriche e nei campi si fa strada una presenza che per troppo tempo non è stata riconosciuta: quella delle donne. Iniziano a vedersi i risultati di un percorso iniziato nel dopoguerra, quando la Cgil aveva dovuto fare i conti con una partecipazione femminile ancora troppo debole, tanto da istituire già nel 1945 una Commissione dedicata.

Negli anni Cinquanta le rivendicazioni presero forma attorno a due assi centrali: parità salariale e tutela della maternità. La legge del 1950 sulle lavoratrici madri, portata avanti da Teresa Noce, rappresentò un primo passo importante, anche se incompleto. Le imprese reagirono infatti spesso aggirando le norme, introducendo la clausola di nubilato che legava il lavoro alla rinuncia al matrimonio. Fu un terreno di scontro che accompagna tutto il decennio.

Nel 1959 e nei primi anni Sessanta il quadro cambiò. Le lotte si intensificarono e iniziarono a produrre dei risultati: nel 1960 arriva l’accordo sulla parità salariale nell’industria, mentre negli anni successivi si estende anche ad altri settori. Nel 1963 due leggi segnano un passaggio decisivo, vietando il licenziamento per matrimonio e aprendo alle donne l’accesso alla magistratura. Intanto cresceva l’attenzione del sindacato, che riorganizzò il proprio intervento sostituendo le Commissioni femminili con un Ufficio dedicato, segno di una presenza ormai strutturale.

Con il 1968 e l’autunno caldo, le lavoratrici diventarono protagoniste delle mobilitazioni. Nelle fabbriche tessili, nel commercio, nell’agroalimentare, aumentarono gli scioperi e le vertenze. Le operaie della Lebole, le cotoniere del gruppo Cantoni, le lavoratrici della Dalmas e della Apollon portavano in primo piano condizioni di lavoro spesso invisibili: il cottimo, le basse qualifiche, l’assenza di diritti sindacali. Le conquiste contrattuali dei primi anni Settanta, come quelle delle confezioniste e delle addette al commercio, furono il frutto diretto di questa partecipazione.

Eppure la rappresentanza restava indietro. Nei nuovi organismi unitari del sindacato le donne erano poche, spesso assenti nei ruoli decisionali. I numeri dei primi anni Settanta raccontano una presenza ancora marginale nei gruppi dirigenti. Ma fuori da quei luoghi, nei movimenti e nei luoghi di lavoro, la loro voce cresceva.