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Prigioniere in casa

Prigioniere in casa
Foto: Foto di © Carlo Lannutti/Ag.Sintesi
Antonia Fama
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Le donne più maltrattate sono quelle con contratti in scadenza, che per via del Coronavirus non sono stati rinnovati. L'allarme di Cgil e associazioni: ad esacerbare la situazione è anche la riduzione del numero di visite protette

Ci sono persone per cui restare a casa non significa rinunciare solo a una passeggiata, ma agli unici momenti di libertà dalla violenza quotidiana. Per queste donne, che subiscono maltrattamenti domestici, sentirsi dire che andrà tutto bene significa stringere i denti ancora, proteggere sé stesse e i propri figli dal rischio del contagio, continuando ad andare a letto la sera con un altro rischio accanto. In questo momento, per loro perdere il lavoro significa perdere la speranza: di rendersi autonome, di cominciare una nuova vita, di denunciare. Questo vale per le donne che non lo hanno ancora fatto, e che vedevano nell’indipendenza economica un punto di partenza per decidersi a farlo. Ma anche per quelle che avevano già chiesto aiuto a un centro antiviolenza e, grazie a questo, trovato un lavoro per potersi allontanare dalla casa in cui vivevano con il compagno violento.

“Le donne più colpite sono quelle con contratti in scadenza, che per via del Coronavirus non sono stati rinnovati”, spiega Maria Ferrara, vicepresidente dell’associazione Goap di Trieste, della rete nazionale D.i.Re. “Lavoratrici che erano in prova, donne con tirocini formativi, oppure che lavoravano a chiamata negli alberghi. O, ancora, impiegate in nero come badanti o signore delle pulizie”. La maggior parte delle donne in una di queste situazioni, seguite dall’associazione di Trieste, si è vista interrompere il rapporto di lavoro in maniera repentina, in alcuni casi senza neanche ricevere il compenso per le ore già svolte. “Sono donne che conosciamo, sono state sostenute da noi nella ricerca di un lavoro, che ora a causa dell’emergenza sanitaria hanno perso”.

Questo vuol dire fare un passo indietro nel percorso di emancipazione intrapreso. Tenuto conto di queste situazioni e per non aggiungere violenza alla violenza, il procuratore di Trento Sandro Raimondi ha stabilito che, in caso di maltrattamenti, non saranno più le donne e i bambini a dover lasciare la casa, ma verranno trasferiti i responsabili. Una decisione accolta positivamente anche dall’ufficio politiche di genere della Cgil nazionale, ma che potrebbe non essere sufficiente. “Nel caso delle donne che già seguiamo e che non convivono più con il partner violento – racconta Maria Ferrara – stiamo riscontrando una problematica specifica legata ai figli”. Gli uomini da cui si sono allontanate li usano come forma di ricatto: “O mi dai la certezza che stiano solo con te, oppure non ti permetto di tenerli, dal momento che potresti esporli al rischio di contagio”.

Le donne si sentono messe, quindi, di fronte alla scelta tra il pericolo di non vedere più i propri figli e quello di perdere il lavoro, che potrebbero svolgere solo affidando i bambini alle cure dei familiari. Gli uomini in questione si nascondono dietro la tutela della salute dei figli, insinuando una serie di dubbi sulle frequentazioni della propria ex compagna. Ad esacerbarne le reazioni è anche la riduzione del numero di visite protette, che di norma avvengono con i mediatori dello spazio neutro, ma in questa fase sono state sostituite da visite via Skype, con il padre e un educatore. Le operatrici del Goap triestino hanno dovuto fronteggiare un’altra terribile paura, prima che il governo decretasse la chiusura dei confini nazionali: Trieste è a pochi chilometri dalla Slovenia. Maria racconta di essersi dovuta confrontare anche con il timore di tentativi di portare i figli al di là della frontiera, poche ore prima della sua chiusura.

Per fortuna, le donne che hanno già un rapporto avviato con il Goap riescono, seppur tra grandi difficoltà, a mantenere un contatto costante. “Sanno che ci parleremo ad orari ben precisi, sanno che noi siamo lì, dall’altra parte della cornetta, ad aspettarle”. A volte i colloqui sono più brevi, più concisi. Qualcuna usa la posta elettronica, per dire “ora non posso chiamarvi, lo faccio appena riesco”. Maria Ferrara insiste sull’importanza di ritagliarsi dei momenti da sole, “trovare una scusa, andare a buttare la spazzatura, andare a fare la spesa. O anche andare in camera con il pretesto di leggere un libro o di riposarsi”. 

Se per coloro che avevano trovato la forza di denunciare la strada è comunque in salita, per quelle che non lo hanno ancora fatto il percorso è pieno di ostacoli. “Hanno più difficoltà a denunciare, ce ne accorgiamo dal fatto che i nuovi contatti sono diminuiti, perché ritagliarsi momenti liberi lontano dalla propria abitazione non è facile”. Inoltre, restare a casa le costringe a trascorrere molto più tempo con i maltrattanti. Magari avevano immaginato di chiedere ospitalità a parenti e amici, ma l’obbligo della residenza le costringe a fermarsi nel loro domicilio. Magari avevano un lavoro che rappresentava la loro unica valvola di sfogo da una situazione di oppressione, ma ora lo hanno perso, oppure sospeso temporaneamente. Magari, proprio grazie a quel lavoro, si ripetevano ogni giorno “domani lo lascio, domani lo lascio”. E ora, quel domani sembra sempre più lontano.