Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Nel tempo del coronavirus, le parole che servono

Nel tempo del coronavirus, le parole che servono
Foto: Foto di Matteo Biatta/Ag.Sintesi
Davide Orecchio
  • a
  • a
  • a

Abbiamo chiesto a un gruppo di scrittrici e scrittori di raccontarci come è cambiata la loro vita (e la nostra). Ogni giorno pubblicheremo un contributo. Forse, alla fine di questo piccolo viaggio, scopriremo di essere meno soli

Nel tempo del coronavirus ci ritroviamo soli. Persi e disorientati. Impauriti. Cerchiamo informazioni, rassicurazioni, dati razionali. Ma nessun dato può essere razionale, se chi lo riceve ha paura. Abbiamo paura per noi e i nostri familiari, i nostri amici, che gli ospedali non reggano, che medici e infermieri laggiù in prima linea non ce la facciano, che l’economia crolli tutta insieme, portando nelle macerie il nostro lavoro, le nostre poche certezze. Abbiamo paura di tutto.

Forse, per resistere nell’emergenza, abbiamo bisogno di parole. Oltre alle regole per non contagiare e non contagiarci. Oltre a ospedali attrezzati e a pieno organico. Oltre alle misure che sostengano l’economia. Oltre, e si spera presto, ovviamente, a un vaccino. Abbiamo bisogno di parole che attribuiscano un senso a quanto sta accadendo. Abbiamo pensato di chiederle a un gruppo di scrittrici e scrittori. Abbiamo chiesto loro di raccontarci la vita che fanno nel tempo del coronavirus, e il senso che le danno.

Il primo contributo che pubblichiamo è di Francesco Targhetta, poeta, romanziere e docente di liceo che scrive da Treviso, nel culmine della sua scuola chiusa e di un tempo che “scivola”, precario e ingiusto. Nei prossimi giorni pubblicheremo gli altri contributi. Uno al giorno.

La vita che fanno… In genere, per mantenersi, gli scrittori lavorano; e quindi hanno adesso le paure e le necessità di chiunque altro. Ma anche gli scrittori che vivono, bene o male, anzi più male che bene, delle proprie parole, a maggior ragione si trovano, oggi, esposti a mille difficoltà. Sono giorni di disorientamento personale e collettivo. Appuntamenti e impegni annullati. Fiere editoriali rinviate. Ritiro da spazi pubblici condivisi. Qualsiasi occasione che dia consistenza, anche economica, alla vita di uno scrittore, in questi giorni non esiste più. L’orizzonte del tempo che verrà aumenta in un’attesa priva di arbitrio.

Intanto, a causa del coronavirus, crollano le vendite dei libri. Il 25% in meno sul piano nazionale, il 50% in meno in Lombardia, Veneto ed Emilia. Sono i dati forniti il 6 marzo dall’Associazione italiana editori. Dietro di essi ci sono storie di piccole e grandi librerie dove pochi entrano, di presentazioni annullate. Un intero movimento editoriale messo in ginocchio, e già non godeva di buona salute. Il mondo dei libri. Il mondo degli scrittori, che ne sono, come dire, il sangue.

Abbiamo chiesto, a chi di loro ha voluto e potuto rispondere, come va avanti la vita. E con quale progetto. Come sono cambiati il loro lavoro, la loro scrittura, l’uso del tempo, il rapporto con la città. Come ha scritto Igiaba Scego in un suo post su Facebook (che ci ha autorizzati a citare) “si è abbattuta questa piaga su tutti noi. Questo per tutti noi significa non solo cambio di abitudini, ma significa soprattutto il lavoro che diventa un incubo (per molte categorie il lavoro è sparito. Molte persone non sanno come campare) e banalmente anche quello che ci tiene in vita, le relazioni, sta sparendo. La nostra vita è messa in un angolo. So che è durissima”. E “i prossimi mesi – scrive l’autrice romana – saranno altrettanto duri. L'unica cosa che mi sento di dirvi in questa situazione è di resistere. Tante cose tipo il lavoro saranno un dramma, ma ecco cerchiamo di non cedere completamente al dramma. Nella parola crisi è nascosta anche la parola opportunità. Cerchiamo di usare questo tempo forzato per raccogliere le energie per rialzarci dopo. Il nostro paese avrà bisogno di tutte/i noi e forse una cosa che dovremmo far scattare quando sarà finito tutto sono le catene di solidarietà tra noi”.

“Pensare anche agli altri, pensarci parti di una comunità, di un tutto inscindibile”, sintetizza Alessandra Sarchi.

Forse, alla fine di questo piccolo viaggio nelle parole per dire il tempo del coronavirus, scopriremo di essere meno soli. E ringrazieremo una categoria bollata come solitaria e individualista. Perché il senso del mondo, a volte, sta nella testa dei solitari. Quelli che si alzano mentre noi sediamo attorno al fuoco, e raccontano la storia. Quelli che hanno il coraggio di una voce misurata, di una voce che pensa.

Laura Pugno ci manda questo brano: “In questi giorni ogni parola invecchia così in fretta per dire le cose che vogliamo dire. Restano le domande più semplici, le più antiche e comuni, stai bene, anche da lontano ci sei? Ci sono. C’è un verso di Attilio Bertolucci, ‘Assenza più acuta presenza’. Non aggiungo altro”.

Abbiamo trovato le parole. Ma continuiamo a cercarle. Senza perdere il calibro dei nostri pensieri, che spettano soprattutto a chi, in questi giorni, vive la trincea: i pazienti, i medici, gli infermieri, le strutture sanitarie di questo Paese. E tutte le donne e gli uomini che, lì fuori, stanno lavorando nel rischio.

GLI INTERVENTI PUBBLICATI:
Baldanzi | Valenti | Milone | Gentile | Tuena
Ferracuti Funetta Gazoia | Janeczek | Falco 
Scego l Santoni l Pecoraro Sarchi
Biondillo | Ginzburg | Targhetta