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Nel mondo 100 milioni di «micro-lavoratori»

Nel mondo 100 milioni di «micro-lavoratori»
Foto: Marco Merlini
Marco Togna
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Sono gli addetti delle grandi piattaforme digitali: iper-precari, pagati quasi nulla e invisibili. A illuminare questa realtà poco conosciuta è Antonio Casilli, ricercatore presso il Centro Edgar Morin di Parigi, intervenuto alla kermesse Cgil di Lecce

“L’effetto dell’intelligenza artificiale sul lavoro non è la sostituzione dei lavoratori con delle intelligenze artificiali, ma la sostituzione del lavoro formale con micro-lavoro precarizzato e invisibilizzato”. Un ribaltamento di ciò che comunemente si pensa, oltre che un orizzonte ancora peggiore di quello immaginato: questo ha proposto Antonio Casilli, ricercatore presso il Centro Edgar Morin (Ehess) di Parigi, nella Lectio Magistralis che si è tenuta oggi (domenica 17 settembre) a Lecce, alle ore 11 presso le Officine Cantelmo, nell’ambito delle Giornate del lavoro 2017 (qui il podcast).

“L’intelligenza artificiale non può esistere se dietro non c’è il lavoro umano” ha spiegato il sociologo. Ma è un “micro-lavoro”, pagato quasi niente e privo di ogni diritto. Tra i tanti esempi portati dal sociologo, ricordiamo quello di Amazon Mechanical Turk, un servizio di assistenza creato dalla multinazionale una decina di anni fa. Dietro le molte operazioni che si possono fare (dalle traduzioni alle organizzazioni di playlist, dal riconoscimento dei siti pornografici alle classificazioni degli scontrini di cassa) ci sono “folle di lavoratori che sono ingaggiati per addestrare il software. Lavoratori micro-tuskers e micro-pagati: ogni singola prestazione, infatti, viene remunerata anche con un solo centesimo di dollaro”.

I “microlavoratori” sono almeno 100 milioni in tutto il mondo: la piattaforma di lavoro freelance e di crowdsourcing Freelancer ne ha 24 milioni, la Zhubajie e la Upwork 15 milioni, sono per citare le principali. I lavoratori sono in massima parte nel Sud del mondo: la metà degli addetti di Amazon Mechanical Turk, ad esempio, sono indiani. “Il ‘digital labor’ è dunque l’ingrediente segreto dell’intelligenza artificiale” spiega Casilli nel suo intervento, snocciolando una notevole quantità di esempi: la piattaforma MightyAI della Ibm Watson, gli autisti di Uber (che “allenano” gli algoritmi di routing e i gps della piattaforma), i fattorini di Deliveroo e Foodora, le “click farm” in Pakistan di Facebook.

“Tutta questa economia – argomenta il ricercatore del Centro Edgar Morin di Parigi – si fonda su un insieme di tensioni e su forme di sfruttamento e di estremizzazione delle logiche del lavoro precario, che è spesso l’unico lavoro disponibile per grandi quantità di lavoratori nel mondo”. Per i sindacati internazionali, dunque, c’è molto da fare. “Oggi il compito dei sindacati – conclude Casilli – è quello di riconoscere il lavoro dove è, nelle grandi piattaforme digitali, riconoscere il ‘digital labor’. In Inghilterra e in Francia abbiamo già qualche esperienza, in Germania la Ig Metall ha creato una ‘piattaforma per lavoratori delle piattaforme’, negli Stati Uniti sta crescendo il movimento Platform Cooperativism, in Amazon Mechanical Turk è stato creato il sindacato Dynamo”.