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Competitivi in virtù del costo del lavoro: perché Boccia sbaglia

Competitivi in virtù del costo del lavoro: perché Boccia sbaglia
Sergio Farris
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Con questa ossessione non si riconoscerà mai che la crisi è causata da una grave carenza di domanda e che le ricette indicate da Confindustria non la risolvono. Il riequilibrio dei conti con l'estero ottenuto riducendo drasticamente consumi e investimenti

È una vera ossessione per la competitività basata sul costo del lavoro quella che mostra appena ne ha l’occasione (l’ultima volta il 1° luglio a Brescia, all'assemblea nazionale di Federmeccanica) il nuovo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Risulta difficile capire come questa ossessione possa conciliarsi con quella sorta di patto sociale vagheggiato, con il richiamo alla comune responsabilità, che sarebbe contenuto, secondo lo stesso Boccia, nella proposta di contratto avanzata da Federmeccanica ai sindacati dei metalmeccanici. Se il punto di partenza di qualunque ragionamento è, tuttora, quello secondo il quale il ritardo della ripresa italiana sarebbe imputabile ai livelli del costo del lavoro e della tassazione in rapporto a quelli della Germania, cioè la competitività relativa, non si è compresa (o si finge di non comprendere) la vera natura della crisi.

È una vasta letteratura scientifica ad affermare che i guai dell'Unione europea sono derivati da una repentina interruzione, a partire dalla crisi finanziaria del 2008, dei flussi finanziari diretti dal “centro” verso la “periferia” che avevano caratterizzato la fase iniziata con l'unificazione monetaria. Persino gli economisti liberisti sono stati costretti ad ammetterlo. Per questo ha poco senso, oggi, affermare che il relativo successo della Germania nel decennio dopo la costituzione della moneta unica è dipeso dal legame fra produttività e salari: intanto perché, nello stesso periodo, la prima ha superato i secondi (quindi, i lavoratori tedeschi hanno semmai perso quote di reddito) e poi perché, anche volendo ammettere che il fattore determinante del successo sia il costo del lavoro (il che non è, dato che esso ha solo un effetto parziale sulla struttura dei prezzi complessivi dei beni di un Paese), non sarebbe stato possibile per la Germania crescere se tutti i Paesi facenti parte dell'area valutaria euro avessero adottato la medesima politica di “svalutazione interna”.

Il relativo successo della Germania durante il suddetto periodo (a ben vedere, in media un non proprio spettacolare 1,1%) è dipeso dal fatto che ingenti flussi finanziari alimentavano la spesa dei Paesi periferici, trainando le esportazioni tedesche, con l’effetto collaterale di ipertrofizzare i debiti esteri dei Paesi compratori. Quando, con la crisi finanziaria, si sono interrotti i flussi dei prestiti verso la periferia e si sono innalzati i famigerati spread, le elite finanziarie che governano l'Europa, dovendo assicurare il salvataggio delle banche creditrici (soprattutto tedesche) hanno imposto a garanzia dei loro crediti le politiche di austerità, cioè la recessione, ai Paesi indebitati. Ecco la vera natura della crisi che ha investito anche l'Italia: il riequilibrio dei conti con l'estero ottenuto riducendo drasticamente la domanda interna (consumi e investimenti).

Il contenimento dei salari in Germania nel periodo in considerazione, ha semmai avuto l'effetto, da un lato, di frenare i consumi interni e dunque le importazioni dai Paesi periferici, mentre dall’altro lato ha creato ampie eccedenze produttive, che venivano assorbite dai suddetti Paesi grazie al credito concessogli dai Paesi centrali dell’eurozona. La Confindustria pare non essersene accorta e, con Boccia, continua a ripetere che la Germania “avrebbe recuperato terreno perché avrebbe legato la produttività ai salari e ciò sarebbe equivalso a una svalutazione della moneta”. Basare la considerazione della competitività su costi e prezzi, è in realtà un punto di vista molto limitato. Con questa ossessione non si riconoscerà mai che la crisi, tuttora attuale, è causata da una grave carenza di domanda e che le politiche richieste da Confindustria (e che il governo, catturato dai suoi interessi, sta eseguendo) non la risolvono. La competitività, altrimenti detto, è un concetto relativo, che dipende anche dalla propensione alla spesa altrui.

Su poche cose gli economisti delle diverse scuole di pensiero concordano. Una di queste è che non tutti i Paesi possono avere simultaneamente una posizione di avanzo commerciale. Se tutti i Paesi della zona euro limitano la domanda interna imitando il modello tedesco, il risultato è la deflazione. Non è forse quello che è successo applicando le politiche di austerità, fatte di consolidamento dei bilanci pubblici e di “riforme” del lavoro? Il comportamento tedesco, con la sua tendenza alla formazione di sempre più ampi avanzi commerciali deve, a tutti gli effetti, essere visto come un problema globale. Se gli altri paesi dell’Ue sono trascinati in un “inseguimento” della politica tedesca, chi desidera avere come controparte commerciale un continente che si basa sulla svalutazione competitiva e tende a esportare deflazione?

Eppure, sembra proprio che l'intenzione di Boccia sia proprio quella di accodarsi alla politica tedesca, mirata alla costituzione di un continente “mercantilista”, con un nucleo centrale la cui economia si basa su un eccesso di esportazioni e una periferia composta da Paesi fornitori, con riserve di manodopera a basso costo. Le politiche finalizzate a questo risultato sono una contrazione della domanda pubblica (con l'applicazione del trattato detto fiscal compact) e, come accennato, riforme del lavoro e delle relazioni industriali dirette alla liquidazione della contrattazione collettiva, per fare spazio a quella aziendale, anche detassando ulteriormente la retribuzione di risultato. Se questo è il destino dell'Italia e del continente, le preoccupazioni dei sindacati circa il nuovo modello di relazioni industriali sul quale insistono le imprese, sono più che legittime. Soprattutto perché non è credibile la suggestiva immagine di uno scambio salari-produttività presentato come uno scambio paritario. Per la riuscita del disegno sopramenzionato, oltre alla speranza che altri continenti adottino una politica espansiva (il che non è scontato), il livello dei salari e la quota di reddito destinata al lavoro devono essere permanentemente compressi. E ciò potrebbe, nel lungo termine, pregiudicare il potenziale di crescita della domanda e del reddito in Europa.

In un altro punto della sua relazione esposta all'assemblea nazionale di Federmeccanica, il presidente degli industriali ha richiamato l'attenzione sul “rischio di perdere pezzi dell'industria italiana”. Soltanto che egli ne individua la causa, ancora una volta, in “salari troppo alti rispetto alla produttività”. Purtroppo, il suddetto rischio si è già concretizzato: si pensi alla moria di piccole imprese e alla scomparsa di intere zone industriali durante gli anni di crisi economica. Una sana presa d'atto della realtà implicherebbe il riconoscimento delle cause del fenomeno nelle politiche di austerità prima citate, le stesse che Boccia continua a invocare. Da parte di Confindustria, siamo molto lontani rispetto alla richiesta di una politica per la piena occupazione, l'unica che potrebbe costituire, con una vera corresponsabilità da ottenersi attraverso l'azione di controbilanciamento del governo e dei sindacati al corso degli eventi attuale, un vero patto sociale.