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Novembre '69, centomila tute blu invadono Roma

Novembre ?69, centomila tute blu invadono Roma
Bruno Ugolini
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Quando i metalmeccanici sfilavano tutti insieme. Il timore delle provocazioni, i comizi di Trentin, Benvenuto e Macario. “Erano in centomila, i romani non avevano mai visto tanti operai in una sola volta”

Sono in corteo, nelle prime file, col mio taccuino in mano, verso piazza del Popolo. È il 28 novembre del 1969, quarant’anni fa. È il mio mestiere: fare il cronista dei metalmeccanici per conto de l’Unità. Il servizio sindacale, come in altri giornali, è suddiviso per settori. Io ho avuto in eredità la mansione da Adriano Guerra che è volato a Mosca per fare il corrispondente. Mi ha raccomandato di stare attento, nella Fiom, a Bruno Trentin e, per Milano, a Annio Breschi. Conosco molti di quelli che sfilano. Li ho incontrati nella mia attività, una specie di staffetta tra le manifestazioni di Torino, Milano, Genova, Mestre, Pordenone e la sede romana del ministero del Lavoro in via Flavia dove hanno luogo le trattative guidate da Carlo Donat Cattin. Ora sfilano tutti insieme. C’è molta preoccupazione. Pochi giorni fa nel capoluogo lombardo, dopo uno sciopero generale per la casa e dopo un comizio al teatro Lirico, la città è stata scossa da scontri con la polizia ed è morto l’agente Antonio Annarumma.

Ora avverti il timore della provocazione, sai che per molti sarebbe un regalo trasformare negativamente questo immenso corteo. Sono in tanti, qualcuno dice centomila, giunti con cinque treni speciali e centinaia di autocorriere. È il primo di un movimento possente, un battesimo del fuoco per il movimento sindacale italiano. L’inizio di una stagione che conoscerà, anni dopo, i raduni di piazza San Giovanni e del Circo Massimo. I romani non hanno mai visto tanti operai in una sola volta. Tensione, dunque, ma anche serenità e autodisciplina. Alle spalle, nel backstage come si direbbe per una regia filmica, ci sono uomini tosti, indimenticabili, come Pio Galli (Fiom) e Alberto Gavioli (Fim). Tutto procede senza intoppi: non si rompe nemmeno un vetro. Con prove di sensibilità, come quella di far calare il silenzio su slogan e fischietti quando si passa davanti agli ospedali. Un modo per rispondere alle rampogne di Gian Carlo Pajetta, il “ragazzo rosso”, che ha detto di temere manifestazioni atte solo a “spaventare la borghesia”.

Ed ecco Piazza del Popolo nereggiante di folla e sopra un elicottero minaccioso, simbolo di un potere lontano, che ronza e ronza, provocando urla e pugni alzati verso il cielo. Quasi una sfida. Sul palco, al microfono, i volti tesi di Bruno Trentin, Giorgio Benvenuto, Luigi Macario. Tutte immagini poi rimbalzate in un bel documentario di Ugo Gregoretti. Scene irripetibili, anche perché allora c’era tutto il sindacato, la Fiom, ma anche la Fim Cisl e la Uilm Uil. Oggi non è più così e non è piacevole registrarlo. Quel giorno io non scrivo la cronaca principale. Mi affidano i resoconti dei comizi mentre Ugo Baduel e Alessandro Cardulli descrivono un corteo lungo cinque chilometri. Il titolo principale racconta di una grande vittoria operaia mentre è interessante notare come l’editoriale anonimo (del giornale diretto da Pajetta, Maurizio Ferrara e Sergio Segre, con Alessandro Curzi caporedattore) sostiene che “l’unità sindacale è tornata a trionfare in Italia di ogni ostacolo, di ogni incertezza, di ogni attentato”.

Un concetto così approfondito, il giorno dopo, da Bruno Trentin: “Il confronto, la critica reciproca, lo scontro anche di posizioni diverse fra organizzati e movimento studentesco possono oggi diventare la matrice di una forza nuova che va ben al di là di una lotta contrattuale”. È la convinzione di poter costruire un movimento organizzato capace di allearsi con altri soggetti, come le nuove generazioni studentesche. Sono parole dettate dalla passione divorante che ha percorso quella giornata di quarant’anni fa. C’era allora, in quelle donne e in quegli uomini che sfilavano, la convinzione di poter stare insieme, anche con idee diverse. Poi le cose sono andate come tutti sappiamo. E al cronista forse un po’ malato di nostalgia viene da chiedersi perché non sia possibile oggi, tra gli elementi evidenti di crisi se non di sfacelo nell’economia e nella società, non tentare di ripetere in altro modo quel vecchio sogno. Resuscitare il sindacato unito. Non è forse vero che l’Italia di oggi ne avrebbe bisogno più che mai? O bisogna arrendersi e dare per spacciata quell’epoca per stare chiusi nella propria casa?