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Covid-19 

La questione urbana

Via Prenestina sotto la tangenziale est © Marco Merlini Roma, 20 giugno 2020 Via Prenestina sotto la tangenziale est
Foto: Marco Merlini
Laura Mariani
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Il profondo impatto della crisi ha posto la necessità di 'ripensare' le città in base a vecchie e nuove priorità. Come nella Piattaforma per lo sviluppo sostenibile della Cgil, il cui impianto richiama il Piano del lavoro, le strategie di sviluppo gestite a livello locale devono partire dalla domanda del territorio e dai bisogni della popolazione

L'articolo che segue è tratto dal n.4/2020 di Idea Diffusa, il mensile a cura dell'Ufficio lavoro 4.0 della Cgil realizzato in collaborazione con CollettivaClicca qui per leggere tutti gli articoli di questo numero dedicato alle smart cities.

La crisi da Covid-19 ha portato in primo piano la vulnerabilità dei contesti urbani e la complessità dei fenomeni sistemici che intervengono nelle dinamiche di governo locale. Il profondo impatto della crisi ha evidenziato e ampliato forti criticità: alterazione degli equilibri, divari territoriali, disuguaglianze economiche e spaziali, differenze nella possibilità di accesso ai vari tipi di risorse, alla residenza, ai servizi, alle dotazioni urbane più in generale.

Si è mostrata con grande chiarezza una ‘questione urbana’ nella dimensione economica, finanziaria, sociale, ambientale, che affonda le sue radici in un modello di sviluppo non sostenibile e che pone la necessità di ‘ripensare’ le città, in base a vecchi e nuovi bisogni, individuando i temi fondamentali di sviluppo e le priorità per affrontare le maggiori contraddizioni, integrando ambiti d’intervento: rigenerazione di ambiti urbani, di spazi pubblici e aree degradate, riorganizzazione delle infrastrutture materiali e immateriali, riprogettazione delle città in chiave di produzione intelligente, attraverso l’uso di nuove tecnologie, partendo da ambienti e luoghi e considerando spazi e tempi in cui viviamo. Di conseguenza, politiche e investimenti nelle città rappresentano dei punti cardine nel processo di cambiamento verso resilienza, innovazione e sostenibilità, attraverso scelte in grado d’incidere sulle sfide legate alle profonde transizioni in atto, con un ruolo determinante che assumono gli enti locali, soprattutto alla luce degli ingenti stanziamenti che si prospettano.

Le risorse aggiuntive messe in campo dal nostro Paese e dall’Unione europea per far ripartire l’economia dopo la pandemia, infatti, offrono un’occasione irripetibile per affrontare il necessario cambiamento di modello di sviluppo: 750 miliardi - 500 a titolo gratuito e 250 sotto forma di prestiti - prestiti - del Next generation Ue e 1.100 del Quadro finanziario pluriennale ‘rafforzato’ per il periodo 2021-27 che dovrebbe agire in settori quali la salute e la gestione delle crisi e dotare l’Ue di un bilancio a lungo termine che le consenta di dare impulso alla transizione verde e digitale e di costruire un’economia più equa e resiliente. La politica di coesione, quindi, e le risorse dei fondi strutturali, rivestiranno un ruolo cruciale: le proposte per il periodo 2021-27, già presentate, restano valide nell’impianto generale, ma saranno probabilmente riviste per garantire maggiore reattività nell’erogazione dei fondi Ue e per un sostegno adeguato ai settori e alle fasce di popolazione più colpite dalla crisi.

Inoltre, la Commissione, con varie comunicazioni, ha temporaneamente modificato le misure degli aiuti di Stato e sospeso i vincoli di bilancio per sostenere l’economia nell’attuale fase di emergenza. L’Italia dovrebbe beneficiare di un ingente quantitativo di risorse, sebbene queste siano ancora oggetto di negoziato, considerando che la maggior parte dei fondi di Next generation Eu (più dell’80%) sarà usata per sostenere in particolare gli Stati colpiti più duramente dalla crisi. Al momento, si parla di 170 miliardi, ai quali si aggiungono i 100 già possibili attraverso Sure, Mes e il Fondo di garanzia per lavoratori e imprese, messo in atto attraverso la Banca per gli investimenti.

È evidente che risorse importanti dovranno essere destinate alle città, perché nelle città queste possono, attraverso un’integrazione con risorse ordinarie, e con partenariati pubblico-privato, generare investimenti, funzionali al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile che anche l’Europa pone: innovazione, digitalizzazione, trasformazione economica, transizione energetica, lotta ai cambiamenti climatici, connessioni territoriali, occupazione di qualità, istruzione, inclusione sociale, equo accesso alla sanità. Peraltro, l’Europa ha rafforzato la dimensione urbana nella politica di coesione, portando al 6% del Fesr la quota d’investimenti per lo sviluppo urbano sostenibile e introducendo, a livello nazionale, iniziative come ‘Urban’, incentrate sull’innovazione e sullo sviluppo delle capacità attinenti alle priorità tematiche dell’agenda urbana per l’Ue e sostenendo strategie di sviluppo locale, elaborate sotto forma di Iti – investimenti territoriali integrati e Clld - Sviluppo locale di tipo partecipativo, per assicurare il cambiamento strutturale e il miglioramento della capacità di innovazione locale.

Tuttavia, si pone un problema relativo proprio al corretto orientamento delle risorse, vista la difficoltà che negli anni passati ha mostrato la capacità di spesa degli enti locali e le criticità nell’attuazione dei programmi orientati alle città - Piano città, per le aree urbane degradate, Piano periferie -. Lo stesso Pon Metro, indirizzato alle città metropolitane, secondo la relazione annuale della Corte dei Conti relativa al 2018, ha visto il 39% di impegni di spesa e il 20% di pagamenti attivati. Tutti questi programmi hanno dimostrato criticità per l’attuazione e si sono tradotti spesso in una sommatoria di interventi di scarso impatto strategico, soprattutto a causa dell’assenza di una cornice programmatica in grado d’integrare politiche settoriali, definendo obiettivi, strumenti di attuazione e risorse.

Come nella nostra Piattaforma per lo sviluppo territoriale sostenibile, il cui impianto richiama il Piano del lavoro della Cgil, le strategie di sviluppo gestite a livello locale devono partire dalla domanda del territorio e dai bisogni della popolazione: investendo in politiche di miglioramento del benessere si può dar vita a nuovi mercati e lavoro, attraverso interventi condivisi e progetti innovativi per obiettivi di crescita, occupazione, benessere sociale. In questo senso, parliamo di rigenerazione urbana proprio per intendere la necessità di interventi coordinati e che integrino più ambiti, finalizzati al miglioramento delle condizioni economiche, nel rispetto dei principi di sostenibilità ambientale e di partecipazione sociale.

Per un corretto utilizzo dei fondi che verranno messi a disposizione del nostro Paese, e considerando anche gli stanziamenti per interventi nelle città previsti dall’ultima legge di Bilancio, in realtà, ancora una volta in numerosi programmi differenziati e senza un’integrazione tra ambiti di intervento, viste anche le precedenti esperienze, gli enti locali devono essere nella condizione non solo di poter gestire coerentemente fondi, ma attuare una programmazione finanziaria e pianificare politiche di lungo respiro. La definizione di strategie territoriali e una rinnovata progettualità devono essere precondizione per la successiva definizione degli interventi, individuando nodi problematici, vocazioni del territorio, opportunità. Questo, perché la modalità di fare programmazione economica, a tutti i livelli, non sia solo programmazione finanziaria, di breve periodo, che finora ha fatto prevalere le emergenze rispetto ad un’idea di città, e quindi di Paese.

Laura Mariani, responsabile Politiche abitative e per lo sviluppo urbano Cgil