In Italia 24 mila addetti e addette lavorano in 4.400 luoghi della cultura in condizione di caldo estremo, una situazione che mette sovente a rischio la loro incolumità. “Morire di caldo non è un danno collaterale”: questo lo slogan scelto per la campagna che la Fp Cgil ha deciso di lanciare e che, nel denunciare la totale mancanza di regolamentazione al riguardo, chiede innanzitutto una rimodulazione degli orari di apertura dei siti - rimodulando le entrate verso quelli più freschi - e la fornitura di Dpi (i dispositivi di protezione individuale) laddove necessario. Parliamo di siti archeologici, in primis, ma anche di musei, gallerie e monumenti che - con il cambiamento climatico che non accenna a mollare la propria morsa - rischiano di diventare luoghi sempre più a rischio per la salute di chi vi lavora.

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Le segnalazioni che riceviamo sono numerose - ci dice Valeria Giunta, responsabile del settore culturale per la Fp Cgil –. Arrivano da strutture gestite direttamente dai Comuni e, soprattutto, da quelle affidate a società esterne e poi naturalmente anche dalle aree archeologiche di competenza del ministero”.

La questione centrale è che non esistono regolamentazioni generali. A Roma, ad esempio, racconta la sindacalista, “per chi lavora nel Parco Archeologico del Colosseo il dipartimento competente ha emanato una serie di disposizioni certo non risolutive, ma comunque in grado di alleviare il disagio (nebulizzatori, fornitura di acqua fresca, creme protettive). Al contrario, per gli addetti nell'area dei Fori Imperiali - che è gestita da una società partecipata del Comune - non è stato deciso nessun tipo di accorgimento. Stesso discorso per l'area di largo Argentina, e questo nonostante Roma Capitale abbia sollecitato l’utilizzo di accorgimenti per mitigare il caldo estremo e l’adozione di specifici protocolli, che però non sono stati mai realizzati”.

Situazioni di disagio ci possono essere anche al chiuso: sempre per rimanere nella Capitale, nelle sale della Galleria nazionale di arte moderna e contemporanea ci sono normalmente 28-30°, perché il sistema di condizionamento o non funziona o funziona male”.

Situazione simile in Campania dove, nonostante che l’amministrazione Fico abbia emanato un’ordinanza che estende a tutte le attività l'interdizione al lavoro nelle fasce critiche, il Parco Archeologico di Pompei non la applica e continua a essere fruibile anche dalle 12 alle 16.

Ma i casi paradossali sono tanti: a Ravenna, ad esempio, il polo museale ha interrotto le visite nelle ore più calde all'interno delle proprie strutture, mentre i siti gestiti dal Comune fanno lavorare le persone ininterrottamente. Esistono anche situazioni virtuose: a Verona, ad esempio, nelle ore più calde sono state interrotte le visite alla casa di Giulietta, sito del Comune gestito da una società esterna.

Insomma: lo scenario a macchia di leopardo. Il problema, attacca Giunta, “è che manca una normativa nazionale complessiva che obblighi tutti coloro che gestiscono queste strutture a mettere in sicurezza i propri dipendenti, che siano Comuni, ministero o società in appalto e subappalto. Parliamo, appunto, di ben 24 mila addetti. Una questione di questa portata non può essere affidata alla sensibilità del singolo dirigente”.

È vero che in altri settori i protocolli per il caldo estremo non vengono talvolta rispettati, però in quei casi ci si può rivolgere all’autorità giudiziaria. Ma se non ci sono, non si può fare neanche questo.

I buchi normativi sono eclatanti. Ad esempio, denuncia ancora la sindacalista, “nei protocolli sanitari lo stress termico non è contemplato. Non esiste sorveglianza sanitaria: se un custode ha una patologia ipertensiva che lo mette in pericolo a lavorare sotto il sole, l’amministrazione neanche non lo sa. Lo scorso anno una guida turistica che lavorava al Colosseo e un operatore che doveva allestire un banchetto alla reggia di Caserta sono deceduti sotto il sole. Con la normativa attuale queste morti non sono riconosciute come morti sul lavoro. Stesso discorso per eventuali malori”.

Il sindacato con questa campagna pone l’accento su un altro nodo fondamentale: “Chiediamo – aggiunge la sindacalista della Fp Cgil – che il rischio climatico venga inserito nel Documento di valutazione dei rischi –, il che tra l’altro aiuterebbe anche i datori di lavoro – e anche nel Duvri ( Documento unico di valutazione dei rischi da interferenze, ndr) che riguarda tutti i lavoratori che, anche dipendendo da un’altra azienda, operano nel medesimo luogo. Tutto questo, ancora non c’è”.

Tutti, insomma, devono essere tutelati allo stesso modo. “Sia chiaro – conclude Giunta – nessuno di noi pensa di chiudere le strutture, ma vogliamo che il servizio venga organizzato in un altro modo. E non vale solo per il caldo estremo: in inverno si proporranno gli stessi problemi di climatizzazione, seppur ovviamente per il freddo. Per questo la nostra campagna proseguirà: non terminerà con la fine dell’estate”.