A Gaza anche l’olio motore è diventato una questione di vita o di morte. Le restrizioni imposte dalle autorità israeliane all’ingresso di olio e pezzi di ricambio stanno mettendo a rischio il funzionamento di generatori, ambulanze, pompe per l’acqua e autocisterne, cioè di una parte delle infrastrutture dalle quali dipende la sopravvivenza della popolazione.

A denunciarlo è Medici senza frontiere, che descrive una situazione nella quale le carenze non riguardano più soltanto medicinali e dispositivi sanitari, ma praticamente ogni componente necessaria a mantenere in funzione i servizi fondamentali.

Un litro di olio oltre i 1.300 dollari

La scarsità delle forniture ha fatto esplodere i prezzi. Secondo Msf, negli ultimi sei mesi il costo dell’olio motore è aumentato di 20 volte, arrivando alla fine di luglio a superare i 1.300 dollari al litro. Anche reperire il prodotto sul mercato locale non offre garanzie: le scorte sono limitate e non sono assicurate né la qualità né la disponibilità.

"In alcune strutture, abbiamo a malapena olio motore sufficiente per un mese e alcune delle apparecchiature stanno già risentendo delle carenze", spiega Msf. L'organizzazione è costretta a cercare sul mercato locale ciò che non riesce a far entrare nella Striscia, sostenendo costi esorbitanti.

Il problema non riguarda un elemento accessorio. A Gaza, dove gran parte delle infrastrutture elettriche è stata distrutta e la fornitura di elettricità è stata interrotta, gli ospedali e i servizi essenziali dipendono quasi interamente dai generatori. Se i generatori si fermano, non esistono alternative sufficienti.

L’ospedale che deve scegliere chi operare

La conseguenza è stata evidente il 5 agosto, quando uno dei generatori dell'ospedale da campo di Msf a Deir Al Balah si è guastato.

Le équipe hanno dovuto ricorrere a un generatore di riserva più piccolo e razionare drasticamente l'elettricità. La sala operatoria è rimasta disponibile soltanto per le persone in condizioni più critiche. Gli infermieri non hanno potuto sterilizzare le apparecchiature essenziali, i servizi di radiografia si sono fermati e le persone ustionate hanno dovuto affrontare il caldo estremo senza aria condizionata.

"Quando i generatori si guastano, gli ospedali sono a rischio", sottolinea Ola Bardawil, vice coordinatrice di progetto di Msf. "I neonati nelle incubatrici, le persone che dipendono dai generatori di ossigeno o quelle che necessitano di interventi chirurgici salvavita ne soffrono le conseguenze".

Non è dunque soltanto la possibilità di curare a essere compromessa. È l'intera catena sanitaria che rischia di collassare.

"Non è burocrazia, è logoramento"

Per Filipe Ribeiro, capo missione di Msf in Palestina, quanto sta accadendo non può essere interpretato come una somma di singoli problemi logistici.

"Quello a cui stiamo assistendo a Gaza non è una serie di carenze isolate, ma una politica di logoramento deliberata", afferma. "Da più di 2 anni osserviamo come le politiche di Israele ostacolino l'ingresso delle forniture. Queste politiche non si limitano a ritardare gli aiuti; smantellano i sistemi stessi dai quali le persone dipendono per sopravvivere".

E il problema, sottolinea Ribeiro, non riguarda soltanto l'olio. "Oggi si tratta di olio motore e pezzi di ricambio. Domani sarà qualcos'altro". Secondo il capo missione, gli oggetti cambiano ma "la logica rimane la stessa": rendere la vita sempre più insostenibile attraverso la negazione di beni ordinari ma essenziali.

"Questa non è burocrazia. È uno sforzo deliberato per rendere impossibile la stessa esistenza", sostiene Ribeiro.

Senza carburante anche l'acqua si ferma

Le conseguenze del blocco vanno ben oltre gli ospedali. Un esempio particolarmente drammatico riguarda l'acqua potabile.

La popolazione dipende dalle autocisterne per ricevere acqua nelle aree in cui ha trovato riparo. A luglio, secondo un'indagine delle organizzazioni che monitorano l'approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari, il 90% delle famiglie viveva una situazione di insicurezza idrica da moderata ad alta.

Anche gli impianti di Msf stanno pagando la mancanza di pezzi di ricambio. Un generatore dell'impianto di desalinizzazione è già danneggiato. A giugno l'organizzazione ha dovuto ridurne l'utilizzo da 12 a 7 ore al giorno. La produzione di acqua potabile è così scesa da 600 mila a 350 mila litri al giorno: oltre 40 mila persone in meno possono ricevere acqua ogni giorno.

E senza olio motore rischiano di fermarsi anche le autocisterne, le ambulanze, gli autobus utilizzati dal personale sanitario e i camion che trasportano gli aiuti. Persino panifici e mulini dipendono dai generatori.

Un blocco che investe ogni aspetto della vita

Secondo Msf, le restrizioni sono diventate progressivamente più estese. Non riguardano soltanto generatori e veicoli, ma anche beni apparentemente banali: dalle pomate per le malattie della pelle alle guarnizioni in gomma necessarie per le apparecchiature utilizzate nella pulizia degli strumenti medici.

È una forma di dipendenza che rende ogni attività essenziale vulnerabile alla disponibilità di forniture che non arrivano o arrivano in quantità insufficienti.

Per Msf, l'ingresso di olio motore e pezzi di ricambio rappresenterebbe soltanto un primo passo. L'organizzazione chiede a Israele di revocare immediatamente il blocco e consentire l'ingresso continuativo e senza ostacoli di tutte le forniture mediche, umanitarie e commerciali necessarie.

Perché a Gaza non si tratta più soltanto di garantire che gli ospedali possano curare i malati. Si tratta di mantenere in funzione tutto ciò che permette a una popolazione stremata di continuare, semplicemente, a vivere.