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Demografia

Come saremo tra 44 anni

Foto: Marco Merlini
Donatella Lanari
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Gli squilibri generazionali si intensificheranno nel prossimo futuro e potrebbero avere ripercussioni sia sulle capacità di crescita economica del nostro Paese, sia sulla sostenibilità del sistema di welfare

Da diverso tempo oramai l’Italia si trova ad affrontare una crisi demografica determinata da forti cambiamenti strutturali e un processo di invecchiamento della popolazione sempre più sostenuto che vede aumentare la consistenza numerica delle vecchie generazioni rispetto a quelle più giovani. In generale, l’accresciuta presenza di anziani è frutto delle precedenti dinamiche generazionali che possono dar vita ad un “invecchiamento dal basso” (o "degiovanimento") e un “invecchiamento dall’alto”.

Nel primo caso ci si riferisce alla diminuzione del peso relativo dei giovani rispetto agli anziani per effetto della riduzione progressiva della fecondità a partire dagli anni 70 fino ad arrivare ai giorni nostri con un numero medio di figli per donna di circa 1,3, ben al di sotto della soglia di rimpiazzo (2,1) in grado di garantire un ricambio generazionale.

Per “invecchiamento dall’alto” si fa riferimento all’allungamento della durata media della vita dato che i recenti guadagni di sopravvivenza si sono concentrati per lo più nelle età mature e anziane, e ogni ulteriore caduta della mortalità in queste fasce di età ha l’effetto di contribuire al fenomeno dell’invecchiamento. In pratica più persone, rispetto a quanto accadeva nel passato, riescono ad arrivare alla terza età e vi permangono più a lungo. La rappresentazione grafica della popolazione italiana secondo l’età e il sesso, chiamata ancora oggi piramide dell’età nonostante abbia ormai da tempo assunto la forma di un’anfora, evidenzia una base molto ristretta rispetto alla parte centrale per effetto della bassa fecondità che ha via via ridotto la consistenza delle nuove generazioni, ed un vertice ampliato e spostato verso età più avanzate dovuto all’aumento della longevità.

L’indice di vecchiaia che descrive la quota di anziani over 65 rispetto a 100 giovani di età 0-14 anni è pari al 178,4% al 2020, con forti differenze a livello regionale che vanno dal 260,7% della Liguria al 134,8% della Campania. L’indice di dipendenza, calcolato come rapporto tra coloro che non sono autonomi per ragioni di età perché troppo giovani (0-14 anni) o anziani (over 65) sulla popolazione attiva che si presume debba sostenerli con la loro attività (15-64 anni), è pari al 56,6%.

Tuttavia, se scorporiamo l’indicatore nelle due componenti giovani e anziani notiamo come il maggior carico sia costituito ovviamente dagli anziani pari al 36,2%. Negli ultimi anni la questione demografica sta assumendo connotazioni ancora più negative se si considera, oltre al processo di invecchiamento, il lento e inesorabile declino della popolazione italiana a partire dal 2015, in quanto il saldo migratorio positivo (più immigrati che emigrati) – unico responsabile della crescita della popolazione a partire dai primi anni Novanta – non è più in grado di compensare un saldo naturale (differenza tra nati e morti) sempre più negativo.

Basti pensare che la popolazione residente in Italia è passata da 60,3 milioni nel 2015 a 59,2 milioni nel 2021, risultato aggravato anche dall’aumento dei decessi causati dal Covid-19, nonché dall’ulteriore riduzione delle nascite e dei flussi migratori dall’estero sui quali la pandemia ha avuto un effetto depressivo.

Il quadro demografico si complica se guardiamo al futuro. In base allo scenario mediano delle previsioni effettuate dall’Istat (base 1-1-2018 che non tiene conto degli effetti demografici del Covid-19) si prevede che la popolazione possa continuare a scendere fino ad arrivare a 53,8 milioni di residenti al 2065. Ciò si spiega con il fatto che anche negli anni a venire il numero delle nascite non riuscirà a compensare i numerosi decessi derivanti da una popolazione sempre più anziana.

I decessi aumenteranno per le migliori condizioni di sopravvivenza che permetteranno ad un numero crescente di individui di raggiungere età più avanzate andando ad infoltire la schiera dei “grandi anziani” over 85 anni. La speranza di vita prevista nel 2065 è di circa 86 anni per gli uomini e oltre 90 per le donne, rispetto ai valori medi rispettivamente di 81 e 85 anni registrati però prima della pandemia. L’indice di vecchiaia potrebbe attestarsi intorno al 280% mentre l’indice di dipendenza degli anziani potrebbe salire al 61%, valori molto più alti rispetto a quelli attuali.

D’altro canto sul fronte delle nascite, anche ipotizzando un recupero della fecondità fino a 1,59 figli per donna nel 2065, non ci si potrà aspettare un recupero significativo rispetto al basso livello attuale (circa 420 mila nati nel 2019), considerando oltre alla bassa propensione a procreare anche il progressivo assottigliamento dei contingenti di donne che entreranno in età riproduttiva nei prossimi anni.

Per finire, il saldo migratorio previsto al 2065, pari in media a oltre 139 mila unità aggiuntive annue, riuscirà solo in minima parte ad arginare il declino demografico del Paese a fronte di un saldo naturale previsto che potrebbe raggiungere quasi le 400 mila unità. La dinamica demografica prevista nei prossimi decenni aumenterà gli squilibri demografici sopra evidenziati. Anche se la percentuale di giovani (0-14 anni) si modificherà di pochissimo passando dall’attuale 13% all’11,9% nel 2065, la popolazione di 65 anni e più subirà una crescita considerevole di oltre 10 punti percentuali passando dal 22,8 al 33%.

Se prendiamo in considerazione la quota di popolazione over 85 sul totale, si stima che possa aumentare dall’attuale 3,7 al 9,3%. L’aumento considerevole dei “grandi anziani” farà crescere inevitabilmente la spesa sanitaria e di assistenza per questa componente di popolazione più fragile. Infine la popolazione attiva (15-64 anni) subirà un calo considerevole di circa 9 punti percentuali (dal 64% al 54,8% nel 2065).

Alla luce di questi dati appare chiaro che gli squilibri generazionali si intensificheranno nel prossimo futuro e potrebbero avere ripercussioni sia sulle capacità di crescita economica del nostro paese – visto il calo della parte economicamente più attiva a fronte dell’aumento degli anziani – che sulla sostenibilità del sistema di welfare. Da un lato ne soffrirà il sistema di previdenza sociale dove meno giovani e adulti dovranno sostenere un crescente numero di anziani in condizioni di passività e fragilità, dall’altro diventerà più onerosa l’assistenza sanitaria per le indennità di accompagnamento, interventi socio-assistenziali a disabili e anziani non autosufficienti.

 

Donatella Lanari insegna Demografia presso l'Università di Perugia