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Ricerche

Lavorare stanca: aspettative di vita a confronto

Foto: ROBERTO CANO'/AG.SINTESI
P. A.
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Vari studi scientifici dimostrano una profonda differenza tra le aspettative delle persone. Conta il lavoro più o meno gravoso che si svolge, la collocazione nella gerarchia e ovviamente le condizioni generali di lavoro. In media un operaio ha una speranza di vita più bassa dai 3 ai 5 anni rispetto a un dirigente

Svariati studi scientifici dimostrano un fatto in realtà intuitivo e ovvio: la speranza di vita dei lavoratori è diversa a seconda delle mansioni svolte e dell’inquadramento, nonché delle condizioni generali di base (istruzione, livello di reddito, ecc.). Si è calcolato per esempio che gli uomini più istruiti vantano un vantaggio di vita alla nascita di 3,5 anni in più rispetto ai meno istruiti. Si è scoperto che nella coorte 1930-1939 gli appartenenti al quintile di reddito più ricco vantavano un vantaggio medio in termini di speranza di vita a 50 anni di circa 3 anni in più rispetto al quintile più povero. Nella coorte 1950-1957 il vantaggio si è allungato a 4,5 anni.

Il gap
In generale esiste un gap tra speranza di vita di un dirigente e un operaio di circa 3 anni, mentre tra impiegati e operai il gap negli anni scorsi era di 2,2 anni, ora è arrivato a 2,9 anni. La speranza di vita dei pensionati a 67 anni risulta doppia per i lavoratori più ricchi rispetto a quelli del quintile più povero della popolazione.
Durante il secondo governo Conte era stata istituita una Commissione tecnica proprio per studiare il problema dei lavori gravosi e delle diseguaglianze nel sistema previdenziale che oggi fissa un’aspettativa di vita uguale per tutti a prescindere dal lavoro svolto durante la carriera professionale.  Secondo la Cgil, “un punto di acquisizione politica di questi anni, con più governi e in diversi ambiti, è il fatto che sia necessario intervenire per riconoscere meglio, previdenzialmente, la diversità dei lavori”. “Il sistema previdenziale italiano attualmente, per effetto della diversa speranza di vita, è fortemente regressivo, e lo sarà ancor di più in futuro con il contributivo pieno – spiega Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil nazionale - occorre costruire un sistema equo, non puramente attuariale, ma che tenga conto delle diversità delle condizioni e dei percorsi lavorativi”.

La classificazione 
La Commissione aveva cominciato a impostare il lavoro immaginando tre livelli di classificazione delle attività più pesanti: un’ampia aggregazione costituita dalle mansioni operaie e similari; una categoria intermedia (attuali mansioni considerate gravose rivisitate e ampliate); mansioni particolarmente gravose, partendo da quelle attualmente considerate usuranti, rivisitate e ampliate, anche considerando infortuni e malattie professionali Inail. A ogni categoria dovrebbe essere attribuito un valore espresso in termini di mesi/anni che il lavoratore può “spendere” o anticipando il pensionamento rispetto ai limiti ordinari o incrementando il valore della pensione (questa operazione sarebbe possibile semplicemente agendo attraverso l’utilizzo dei coefficienti di trasformazione). In ogni caso è anche chiaro che speranza di vita e gravosità dei lavori, anche se sono due concetti collegati, non sono sovrapponibili. “ Vi è un tema della gravosità del lavoro svolto che incide sulla permanenza al lavoro in sé (sopportabilità dell’attività lavorativa in relazione all’età) e sulla qualità della vita nell’invecchiamento (malattie, situazioni invalidanti) che hanno un loro valore a prescindere dall’incidenza sulla speranza di vita -  spiega ancora Cigna - vi è il problema di una diversa speranza di vita in relazione alla condizione professionale (e socio-economica) che incide in una logica attuariale.

Premiati i più forti
Ma le regole attuali del sistema previdenziale implicano una redistribuzione di risorse a favore delle classi più avvantaggiate, conseguenza riconosciuta e discussa nella letteratura internazionale. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio di Torino sulle diseguaglianze di salute, le stime recenti dell’Ocse hanno dimostrato che, mentre nella maggior parte dei Paesi sono presenti regole progressive di calcolo della pensione, la redistribuzione reale si riduce di molto una volta che si considerano i differenziali socio-economici di mortalità, arrivando, nel caso della Germania, a riprodurre di fatto un sistema neutrale.

Differenze amplificate
Per quanto riguarda l’Italia visti i differenziali che si registrano nelle aspettative di vita, il sistema, più che non correggere differenze che si aprono nelle storie lavorative, finisce per amplificarle. Questa presunta “neutralità” del sistema viene criticata dallo studio dei professori epidemiologi dell’Università di Torino, Giuseppe Costa (indicato dalla Cgil per la Commissione di studio sui lavori gravosi) e Angelo D’Errico: “Se si può concordare con il principio che il sistema deve essere neutrale rispetto a cambi nelle aspettative di vita che dipendono da preferenze e in generale da comportamenti discrezionali degli individui - dicono – per non arrivare al paradosso di concedere pensioni più alte a chi conduce stili di vita rischiosi, è altrettanto vero, in particolare in Italia, che la mobilità professionale e generazionale è scarsa e politiche che intendano agire direttamente sulla stratificazione sociale possono ambire a generare effetti solo nel lungo periodo. L’equità attuariale non può tradursi nell’uguale trattamento dei diversi, ove le diversità sono legate a fattori di stratificazione sociale solo difficilmente modificabili dai singoli individui”. 

Infografica a cura di Massimiliano Acerra