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L'emergenza

Il contagio assedia le Rsa

Nelle Rsa della Liguria, tra ritardi ed errori di gestione 
Foto: Marco Merlini
Patrizia Pallara
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Errori e carenze nella gestione delle residenze socio-assistenziali provocano il moltiplicarsi dei focolai, con un aumento dei casi tra gli anziani e i lavoratori. Costa (Auser): “Il sistema e le strutture vanno riformati”

I contagi aumentano, si riempiono di nuovo le terapie intensive e nelle Rsa tornano a morire gli anziani. Come nella prima ondata della pandemia, nella gestione delle residenze sanitarie e assistenziali si stanno riproponendo le stesse criticità, i medesimi errori, le stesse incapacità, superficialità e scarsa trasparenza. Da San Giorgio a Cremano a Sondrio, da Modena a Cori, i focolai si moltiplicano in tutte le regioni. E lo spettro di quanto accaduto al Pio Albergo Trivulzio, l’istituto milanese finito al centro di indagini per contagi e decessi, elevato a luogo simbolo di morte per il Covid-19, aleggia su nuovi casi.

Emblematico il caso della Rsa Mazzini di La Spezia, risparmiata dalla prima ondata, ora travolta dalla seconda: qui il coronavirus ha contagiato quasi tutti, ospiti e operatori. “Per quello che ci risulta, ci sono 45 anziani e 29 lavoratori positivi, mentre sette ospiti sono morti – ricostruisce Lara Ghiglione, segretaria generale della Camera del lavoro di La Spezia –. Altri quattro sono stati trasferiti in ospedale. Una situazione che si è aggravata rapidamente, nel giro di una decina di giorni, per la quale abbiamo anche presentato un esposto alla procura della Repubblica: alcune famiglie e diversi operatori hanno segnalato al sindacato la  violazioni dei protocolli anti Covid da parte dell’azienda che gestisce la struttura”. Che tradotto significa: mancanza dei dispositivi di protezione a norma per il personale e di percorsi differenziati, strumenti di pulizia e sanificazione non conformi, uso promiscuo dell’ascensore, pazienti Covid conclamati non trasferiti in una struttura dedicata.

“A queste irregolarità gravi, tantopiù se compiute in un luogo così fragile, si è aggiunta la carenza di personale, che costringe i lavoratori in servizio a turni massacranti e stress – aggiunge Ghiglione -. Sarà la magistratura a stabilire cause e responsabilità”. Intanto però altre due Rsa della provincia sono state “aggredite” dal virus: Villa Pagani, 16 positivi su 23 ospiti, e Villa Carani, 11 contagiati su 14 anziani.  

In Umbria, mentre la situazione è diventata esplosiva con 165 positivi nelle residenze per anziani, di cui 27 ricoverati, più 87 operatori sanitari, si stanno attuando soluzioni paradossali. Come quella pensata per la casa di riposo Seppilli di Perugia: convertire alcuni piani in struttura Covid. “Una scelta assolutamente inopportuna e sbagliata – affermano Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil dell'Umbria -. La salute degli anziani è un bene prezioso per tutta la comunità che deve essere tutelato come diritto individuale, ma anche come bene collettivo”.

“Il problema va inquadrato in una più generale riforma del rapporto oggi esistente tra assistenza sanitaria e sociale a favore di un coerente e integrato sistema sociosanitario - ha affermato Enzo Costa, presidente di Auser, associazione per l’invecchiamento attivo, in un’audizione al ministero della Salute -. La nostra scelta di fondo è di rendere esigibile il diritto di ogni anziano di invecchiare a casa propria. Ne deriva che l’assistenza sociosanitaria degli anziani non autosufficienti vada inserita nel più generale problema  dell’organizzazione dell’assistenza domiciliare e di condizione abitativa”.

Le Rsa sono un servizio importante per chi non può essere assistito a domicilio, ma occorre riformarle. Le proposte dell’Auser vanno dal concepire le residenze come centri servizi capaci di offrire assistenza a domicilio e come “casa” di transizione in cui l’anziano recupera la sua autonomia, all’evitare il rischio della spersonalizzazione, quanto mai presente nelle strutture. Dall’offrire risposte molto differenziate (minialloggi e nuclei per diversi gradi di non autosufficienza) al ridurre le lunghe liste d’attesa per l’accesso, fino a prevedere un contratto unico nazionale per i lavoratori che vi operano.