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Piemonte

Malati non numeri, operatori non numeri

Roberta Lisi
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Cinque anni di piani di rientro e blocco di assunzioni hanno portato il sistema al collasso. Oggi correre ai ripari è difficilissimo. Esposto (Fp Cgil regionale): "L'approccio sulla sanità è di tipo ragionieristico"

Il Piemonte è una delle regioni, già dalla prima ondata, più colpita dalla pandemia. Per rendersi conto fino in fondo della diffusione del virus occorre leggere i numeri comparandoli. Secondo l’Istat al 31 dicembre del 2019 i residenti in regione sono 4.341.375, al 30 ottobre il numero di contagi totale è di 67.0740 con un aumento di 2.719 di casi nelle ultime 24 ore. Se questi sono i numeri qual è la pressione su ospedali e medici di medicina generale? Il bilancio è presto fatto, enorme tanto che la Regione lo scorso 22 ottobre ha emanato un’ordinanza con la quale di “Dispone la riprogrammazione delle attività ospedaliere e ambulatoriali” insomma si chiudono ambulatori, sale operatorie e reparti ordinari per trasformali in reparti Covid. La regione ha annunciato sabato sera di aver deciso di trasformare in ospedali solo Covid ben 16 nosocomi. Con una ovvia riduzione delle prestazioni. Così a Carmagnola l’intero ospedale è stato riconvertito in Covid ed è stato chiuso il Pronto Soccorso. Risultato tutta la popolazione della zona sud della provincia di Torino dovranno spostarsi sui nosocomi di Chieri e Moncalieri. E non solo anche le emergenze di Giaveno, Lanzo Torinese e Venaria sono chiuse dal 30 ottobre dirottare il personale nei reparti occupati dai colpiti dal virus. Il personale appunto, questo uno dei nodi centrali della vicenda n, era insufficiente già prima dell’emergenza, basti ricordare che il Piemonte ha subito 5 anni di piano di rientro della spesa oltre al vincolo, uguale in tutto il paese di spendere in salario dei dipendenti del comparto sanità l’1,4% in meno di quanto si spese nel 2004.

“La verità, ci dice Massimo Esposto, segretario regionale Fp Cgil, è che l’approccio sulla sanità è di tipo ragionieristico. Anche le risorse stanziate per il personale dai Decreti del governo, non superano i vincoli alla spesa sul personale, quindi le uniche assunzioni possibili sono precarie. Risultato, ad un bando regionale per reclutare 111 infermieri a tempo determinato se ne sono presentati 4. Disoccupati non ce ne sono e quelli che lavorano nel privato non lasciano un contratto a tempo indeterminato, se bene con stipendi più bassi, per uno precario”. Ma di infermieri ne mancano circa 3000 e a non esserci sono altrettanti tra operatori socio sanitari e tecnici. E mancano anche medici, oltre 500, e anche questi non si trovano, per ovviare la regione sta provvedendo a stipulare una intesa con la Scuola di Medicina dell’Università di Torino per “arruolare” gli specializzandi.

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E non finisce qui i vuoti d’organico solo talmente tanti che la Regione decide di far lavorare anche gli studenti in medici, ma gratis. "Il rettore dell’Università del Piemonte Orientale ha inoltrato, su richiesta della Regione Piemonte, un invito agli studenti di medicina, contenente la proposta di collaborazione, a titolo volontario e gratuito, per l’esecuzione di tamponi rapidi nelle scuole" dichiara Camilla Guarino, coordinatrice di Link - Coordinamento Universitario. "Non è la prima volta dall’inizio della pandemia, che giungono proposte simili: a Torino, nel marzo scorso, era stato proposto agli studenti universitari di dedicarsi volontariamente, senza alcuna retribuzione, alle operazioni di triage. Allo stesso modo in altri atenei agli studenti è stato chiesto di svolgere sempre gratuitamente attività di raccolta dati, di centralino telefonico e di gazebo per lo smistamento dei pazienti davanti agli ospedali, tutte attività che senza il lavoro degli studenti (non pagato, ma pur sempre lavoro) non si sarebbero svolte. Inoltre nella quasi totalità dei casi, agli studenti coinvolti non sono stati forniti nè i DPI adeguati nè alcuna preparazione per le mansioni assegnate".

Una situazione insostenibili per chi si trova in prima linea a gestire un’ondata che sembra inarrestabile. Venerdì scorso nel parcheggio dell’Ospedale di Rivoli e davanti quello di Pinerolo hanno manifestato i lavoratori e le lavoratrici dell’Asl To3 per denunciare “i ritardi nella predisposizione delle misure Anti-Covid, dei percorsi sporco pulito, l’assenza di un protocollo sulla sicurezza condiviso e le politiche fallimentari sull’acquisizione di personale. Noi continuiamo a operare in in condizione disastrose – hanno sostenuto i partecipanti al flash mob organizzati da Cgil Cisl e Uil e Nuersing Up - senza che le autorità preposte si occupino seriamente della sicurezza vista a 360 gradi. Mancano tute di protezione totale, guanti, manca il personale e per ultimo manca persino l’acool per la sanificazione degli strumenti e degli arredi”.

La pressione sugli ospedali sta velocemente aumentando tanto che il presidente Cirio ha chiesto all’esercito per dotare i nosocomi principali di strutture modulari da 100 posti letto, ospitate in container, per rimediare alla saturazione di reparti e terapie intensive. Ma quali sono i numeri? Ovviamente un riepilogo completo e definitivo non è possibile perchè i numeri cambiano si ora in ora ma a venerdì scorso la situazione era questa. Il più grande ospedale di Torino, le Molinette aveva riconvertito ben 6 reparti in Covid per un totale di 120 posti letto, e sempre in città ci sono 40 posti letto all'Amedeo di Savoia, 80 posti riconvertiti all'ospedale Oftalmico, mentre il Giovanni Bosco ha dedicato 2 reparti all’emergenza pandemica e l’ Ospedale Martini 20 posti. Nella provincia di Varese, al momento sono attivi 10 posti terapia intensiva e circa 50 di degenza Covid, troppo pochi e allora si stanno aprendo posti per malati di media intensità nelle strutture di Gattinara e Varallo. A Biella l’Ospedale dispone complessivamente di 380 letti, la rianimazione è interamente dedicata ai contagiati, con 6 posti occupati su 8 disponibili mentre quelli di sub intensiva sono 40.  Ad oggi sono 80 i ricoverati Covid ma il dato è in peggioramento.

Se la situazione degli ospedali è difficile, quella della sanità del territorio è praticamente inesistente, “Le case della salute praticamente sconosciute – ci dice ancora Massimo Esposto – e le Usca non sono state quasi attivate, le poche create nel corso della prima ondata sono state utilizzate come anello di congiunzione tra le Rsa (veri e propri focolai senza controllo) e gli ospedali”.

La notizia dell'ultima ora è che la Regione Piemonte, unica nel Paese, ha chiesto di attivare alle aziende il PEIMAF, Piano di Emergenza Intraospedaliera per il Massiccio Afflusso di Feriti.  “La verità, afferma Guido Catoggio, segretario generale della Fp Cgil, oggi la situazione è molto molto complicata e la Regione non riuscita a mettere a valore l’esperienza fatta nella primavera scorsa”.

E che la situazione sia davvero difficilissima lo testimonia la richiesta arrivata dall'Ordine dei medici della provincia di Torino: "Istituire subito un nuovo lockdown". Dice il presidente Guido Giustetto: "Siamo pienamente consapevoli delle conseguenze economiche, sociali e psicologiche che può provocare per tutte le persone un nuovo lockdown. tuttavia la situazione è talmente grave che è in gioco la stessa tenuta del sistema sanitario, che altrimenti non sarà più in grado di provvedere alla salute dei cittadini".

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