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Il prossimo 7 giugno entra in vigore il decreto legislativo 96/2026 che dà attuazione formale alla Direttiva Ue 2023/970 sulla trasparenza retributiva. Ebbene, a 80 anni dal riconoscimento del suffragio femminile e dal primo voto delle cittadine italiane che, oltre a scegliere la Repubblica, elessero anche 21 madri costituenti, la parità salariale da noi è ben lungi dall’essere realizzata. E la traduzione in italiano della direttiva europea non assicura nemmeno la vera trasparenza salariale, il cui obiettivo dovrebbe essere proprio quello di svelare concretamente il differenziale salariale per riuscire a “correggerlo”.
“Il decreto del governo attua la direttiva europea in modo inadeguato”, commentano le segretarie nazionali Cgil Francesca Re David e Lara Ghiglione: “Il testo recepisce il provvedimento con minime modifiche rispetto allo schema originario, senza tenere conto delle osservazioni emerse nelle fasi di confronto e in sede parlamentare”.
Il sindacato aveva infatti manifestato le proprie perplessità lo scorso febbraio quando la bozza del decreto era stata resa nota. Di più, la Cgil aveva anche suggerito alcune correzioni indispensabili a realizzare la vera trasparenza. Come sempre accade da quando a Palazzo Chigi siede Meloni, nulla di ciò che era stato suggerito è stato preso nemmeno in considerazione.
“Come aveva già dichiarato il governo italiano nel Rapporto nazionale sull’attuazione della Carta sociale europea del 19 dicembre 2025 – spiegano le due dirigenti sindacali – il recepimento avrebbe dovuto introdurre ‘significative innovazioni’. Il decreto approvato fa invece il contrario, riducendosi a un’operazione di coordinamento normativo che lascia intatte tutte le criticità già censurate dal Comitato europeo dei diritti sociali, che ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 4, par. 3 (diritto a un’equa retribuzione) e dell’art. 20, lett. c) della Carta sociale europea, in quanto non in grado di assicurare la trasparenza sui criteri di determinazione della retribuzione (Ceds, decisione 28 febbraio 2020, University Women Europe vs. Italy)”.
Eppure, il differenziale salariale in Italia esiste eccome, nonostante fu Rita Mattei – la più giovane madre costituente – a far inserire nell’art. 3 della Costituzione che la Repubblica si impegna a rimuovere di fatto gli ostacoli che limitano l’uguaglianza. Ed era il 1960 quando Teresa Noce presentò alla Camera il progetto di legge per l’applicazione della parità di diritti e della parità di retribuzione per un pari lavoro, e l’accordo sulla parità sarà raggiunto il 16 luglio 1960 relativamente ai soli settori industriali.
La verità è che da noi la differenza di retribuzione in base al genere c’è. A certificarlo è l’Inps nel Rendiconto di genere 2025. Il documento attesta che nel 2024 le lavoratrici dipendenti nel settore privato hanno avuto buste paga più leggere dei colleghi del 25,7 per cento.
La domanda allora è d’obbligo: serve o no uno strumento che consenta di verificare la parità di retribuzione di fatto tra donne e uomini? E perché quando dall’Europa arriva uno strumento, il primo governo italiano guidato da una donna lo edulcora? Non sarà, forse, che a Meloni interessa di più lasciar libere le imprese rispetto agli interessi – più che legittimi – delle lavoratrici? Ma tant’è.
A richiamarci all’amara realtà sono ancora le due dirigenti sindacali. Per Re David e Ghiglione “le lacune sul sistema sanzionatorio, sull’inversione dell’onere della prova, sul risarcimento integrale, sugli appalti pubblici e sui termini di prescrizione non sono mere sviste tecniche: sono scelte politiche che privilegiano la riduzione degli oneri per i datori di lavoro rispetto all’effettività dei diritti delle lavoratrici. In questo senso, il decreto rischia di violare anche il principio di non regressione sancito dall’art. 27 della stessa direttiva che pretende di attuare”.
La conclusione non può che essere una: “La Cgil - aggiungono le due segretarie confederali - chiede l’immediata integrazione del decreto nei punti indicati, con particolare urgenza per l’introduzione di un sistema sanzionatorio autonomo, dell’inversione dell’onere della prova nei termini previsti dalla direttiva, del diritto al risarcimento integrale senza massimali, delle disposizioni sugli appalti pubblici e di un adeguato rafforzamento dei poteri delle consigliere di parità, oltre alla revisione della definizione di retribuzione, che attualmente non considera le componenti variabili e individuali”.
La speranza che le richieste siano accolte è flebile, ma se non lo saranno a pagarne le conseguenze, oltre che alle lavoratrici – il che non è poco – toccherà al Paese. “In assenza di tali correttivi – concludono Re David e Ghiglione – l’Italia si esporrebbe a una nuova procedura di infrazione europea e continuerebbe a violare i diritti delle lavoratrici che il diritto europeo e la Carta sociale europea già impongono di tutelare”.
























