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Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire cure a milioni di cittadini, ma il prezzo di questa tenuta ricade sempre più sulle lavoratrici e sui lavoratori. Il Conto annuale 2024 del ministero dell’Economia e delle Finanze restituisce infatti l’immagine di un sistema che riesce ancora a funzionare grazie alla dedizione del personale, mentre le sue fragilità strutturali diventano ogni anno più evidenti. Dietro i numeri emerge una realtà fatta di organici insufficienti, età media sempre più elevata, ricambio generazionale rallentato, investimenti limitati nella formazione e una programmazione che continua a inseguire le emergenze invece di prevenirle.
Non si tratta soltanto di una fotografia occupazionale. È il ritratto di un Servizio sanitario nazionale che rischia di non riuscire più a sostenere il peso dell’invecchiamento della popolazione, dell'aumento delle cronicità e delle nuove sfide introdotte dalla medicina territoriale prevista dal Pnrr.
Assunzioni insufficienti e turnover in frenata
Alla fine del 2024 i dipendenti del Servizio sanitario nazionale sono 713.796, poco più di undicimila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento dell’1,6 per cento. Una crescita che potrebbe sembrare positiva, se non fosse largamente insufficiente rispetto alle carenze di personale denunciate da anni praticamente in tutte le regioni italiane.
Ancora più significativo è il dato sul turnover. Nel 2024 il rapporto tra assunzioni e cessazioni si dimezza rispetto all’anno precedente, passando dal 3,10 all’1,63 per cento. Le cessazioni sono state 42.230, mentre le assunzioni si sono fermate a 53.863, al netto della mobilità tra aziende sanitarie. Un ritmo troppo lento per colmare i vuoti negli ospedali e, soprattutto, per dare gambe alla riforma della sanità territoriale prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Nemmeno sul fronte della stabilizzazione dei precari arrivano segnali incoraggianti. Pur diminuendo il ricorso ai contratti flessibili, le stabilizzazioni si fermano a 5.732, circa la metà rispetto al 2023. Migliaia di professionisti continuano quindi a vivere in una condizione di incertezza proprio mentre il sistema lamenta una cronica mancanza di personale.
Un esercito di professionisti sempre più anziani
L’altro elemento che emerge con forza riguarda l’età media del personale sanitario. Nonostante le nuove assunzioni, resta stabilmente a 49 anni. Ancora più eloquenti sono però i dati relativi alla distribuzione anagrafica: il 53 per cento dei dipendenti ha ormai superato i 50 anni, mentre oltre 256 mila lavoratrici e lavoratori, pari al 36 per cento del totale, hanno più di 55 anni. Cresce anche il numero degli over 60, che passa dal 12 al 17 per cento.
Dietro questi numeri ci sono due fattori ben precisi. Da una parte rimangono in vigore i tetti di spesa che limitano la possibilità di assumere nuovo personale. Dall’altra incidono le modifiche legislative che hanno innalzato l’età di permanenza in servizio fino a 67 anni per tutto il personale, a 72 per i medici e a 70 per gli infermieri. Il risultato è un ricambio generazionale che procede troppo lentamente e un sistema sempre più sbilanciato verso le fasce d'età più elevate.
Sempre più competenze, sempre meno investimenti
Paradossalmente, mentre cresce il livello di qualificazione del personale, diminuiscono gli investimenti nella formazione continua. Nel 2024 ogni dipendente del Servizio sanitario nazionale ha partecipato mediamente ad appena 1,58 giornate di formazione, addirittura meno delle già modeste 1,64 del 2023.
Il dato nasconde inoltre un forte squilibrio interno. La dirigenza sanitaria svolge mediamente 3,61 giornate di formazione all'anno, mentre il personale del comparto si ferma a poco più di una giornata, 1,12. Un divario difficilmente compatibile con un sistema sanitario chiamato a gestire innovazioni tecnologiche, digitalizzazione, nuove procedure cliniche e crescente complessità assistenziale.
Eppure il livello di istruzione continua ad aumentare. Se nel 2015 i laureati rappresentavano il 26,2 per cento del personale, oggi sono il 43,3 per cento. Considerando anche specializzazioni, master e altri percorsi post laurea, oltre il 56 per cento dei dipendenti possiede una formazione altamente qualificata. Professionisti che chiedono percorsi di crescita, valorizzazione economica e riconoscimento delle competenze, ma che spesso si trovano davanti a carriere bloccate e risorse insufficienti.
Sedici anni di blocchi e promesse mancate
Molte delle criticità odierne affondano le radici in una scelta politica che dura ormai da sedici anni: i tetti di spesa sul personale e sul salario accessorio. Straordinari, indennità, progressioni economiche e nuove assunzioni continuano a essere condizionati da vincoli introdotti durante la stagione dell'austerità e mai realmente superati.
Il governo aveva annunciato nel decreto Liste d'attesa il definitivo superamento di questi limiti. A oggi, però, l’abolizione non si è concretizzata. Le aziende sanitarie continuano quindi a operare con margini estremamente ridotti proprio mentre aumentano le richieste di assistenza e si moltiplicano le difficoltà organizzative.
Venti sistemi sanitari diversi
A complicare ulteriormente il quadro c’è la mancanza di standard assistenziali nazionali realmente definiti e finanziati. Ogni regione continua a organizzare servizi, organici e prestazioni secondo criteri differenti, dando vita a venti modelli sanitari diversi. Le conseguenze ricadono sia sui cittadini, che vedono cambiare la qualità dell’assistenza in base al luogo di residenza, sia sui professionisti, costretti a lavorare in condizioni molto differenti da territorio a territorio.
La mancata programmazione dei fabbisogni professionali ha poi aggravato una carenza che oggi colloca l’Italia al di sotto della media Ocse. Il dato più emblematico riguarda gli infermieri: appena 6,9 ogni mille abitanti contro una media Ocse di 9,2, secondo Health at a Glance 2025. Ancora più critica la situazione dell'assistenza agli anziani. Per la Long Term Care il nostro Paese dispone di appena 1,5 operatori ogni cento persone con più di 65 anni, mentre la media Ocse supera quota cinque.
Il Pnrr senza personale e il peso crescente del privato
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede fino al 2026 circa 1,35 miliardi destinati alle assunzioni nella Missione Salute. Il problema è che gran parte di queste risorse non rappresenta un finanziamento aggiuntivo, ma deve essere recuperata attraverso risparmi all'interno dello stesso Servizio sanitario. Una partita contabile che lascia aperta una domanda inevitabile: quali servizi dovranno essere sacrificati per finanziare il nuovo personale?
Nel frattempo cresce il peso del settore privato accreditato. Oggi gestisce il 57 per cento dei ricoveri in lungodegenza, il 78 per cento delle attività di recupero e riabilitazione, il 38 per cento dell'ortopedia e traumatologia e il 31 per cento della chirurgia generale. Anche nella mobilità sanitaria tra regioni le strutture private rappresentano il 59 per cento del valore economico dei ricoveri e oltre la metà del numero complessivo delle prestazioni. Un’espansione favorita anche da regole che consentono ai gestori privati di operare con minori vincoli organizzativi rispetto alle strutture pubbliche e di concentrarsi sulle attività economicamente più convenienti.
Chi sostiene davvero la sanità pubblica?
C’è infine un ultimo dato che aiuta a comprendere il quadro complessivo. Nel 2024 il finanziamento del Servizio sanitario nazionale ammonta complessivamente a circa 142 miliardi di euro. Di questi, oltre 36 miliardi arrivano principalmente da addizionali Irpef e Irap, mentre altri 76 miliardi derivano da Iva e accise.
In altre parole, oltre il 60 per cento delle risorse che tengono in piedi la sanità pubblica proviene direttamente dal lavoro dipendente e dalle pensioni. Sono lavoratrici, lavoratori e pensionati a finanziare in larga misura il Servizio sanitario nazionale, mentre quel servizio continua a fare i conti con organici insufficienti, personale sempre più anziano, formazione ridotta e investimenti che faticano a stare al passo con i bisogni del Paese.
Il Conto annuale del Mef certifica così una contraddizione sempre più evidente: il sistema continua a reggere grazie alla professionalità di chi vi lavora, ma senza un deciso cambio di rotta sul personale, sul finanziamento e sulla programmazione, il rischio è che a incrinarsi non siano soltanto le condizioni di lavoro, bensì uno dei pilastri fondamentali del welfare italiano.






















