C’era una volta una linea abbastanza netta. Da una parte chi aveva un lavoro, dall’altra chi viveva in povertà. Quella linea si è progressivamente cancellata. Oggi in Italia si può avere un contratto, lavorare ogni giorno e arrivare comunque alla fine del mese con il conto in rosso.

È uno dei cambiamenti più profondi della questione sociale italiana: il lavoro non protegge più automaticamente dalla povertà. Salari insufficienti, part-time involontario, precarietà, discontinuità occupazionale e un costo della vita cresciuto molto più rapidamente delle retribuzioni hanno allargato l’area del lavoro povero.

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Quasi una persona su dieci

Secondo l’Istat, nel 2024 circa 5,7 milioni di persone vivevano in povertà assoluta, il 9,8 per cento della popolazione. Tra loro oltre 1,28 milioni di minori. Una dimensione che non può più essere considerata marginale. Ma il punto non è soltanto quanti sono i poveri. È capire chi sono.

Sempre più spesso la povertà entra nelle case di chi un lavoro ce l’ha. Persone che stanno dentro il mercato del lavoro, ma dalla parte più fragile: poche ore, stipendi bassi, contratti brevi, appalti, periodi di disoccupazione tra un impiego e l’altro. È il paradosso dei working poor: lavorare non basta più necessariamente a conquistare autonomia economica.

Il carrello corre, gli stipendi no

La distanza tra redditi e costo della vita si vede soprattutto davanti agli scaffali. Una ricerca del Sole 24 Ore ha rilevato che negli ultimi cinque anni il carrello della spesa è aumentato del 31 per cento. Pasta +24 per cento, frutta +28, carne +31, caffè oltre +50. Per chi guadagna poco non sono percentuali astratte. Significano rinunce.

Prima si taglia una cena fuori, poi una vacanza, lo sport dei figli. Quando il margine scompare, si risparmia sulla qualità del cibo, sul riscaldamento, sulle cure. E basta un imprevisto, una bolletta più alta, il dentista, l’auto da riparare, per mandare fuori equilibrio un bilancio familiare già tirato al limite.

La nuova povertà non ha necessariamente il volto dell’esclusione sociale. Può essere quello di una cassiera, di un magazziniere, di una commessa, di un rider, di un addetto alle pulizie. Persone occupate che restano a pochi imprevisti di distanza dalla povertà.

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Non basta contare gli occupati

Per questo raccontare il mercato del lavoro soltanto attraverso il numero degli occupati restituisce una fotografia parziale. Bisogna guardare alla qualità dell’occupazione, alle ore lavorate, alla continuità dei contratti e soprattutto alle retribuzioni.

Un posto di lavoro non vale l’altro. Un contratto non offre sicurezza se scade continuamente. Un aumento nominale serve a poco se arriva dopo che l’inflazione ha già divorato una parte consistente del potere d’acquisto. Ed è qui che la questione della povertà incontra direttamente quella salariale.

La Cgil lo ripete da tempo: rinnovare i contratti nazionali, aumentare i salari reali, contrastare i contratti pirata, ridurre precarietà e part-time involontario, impedire che appalti e subappalti diventino strumenti per comprimere costo e diritti del lavoro.

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La povertà si eredita

Il rischio, inoltre, è che la fragilità diventi permanente. Salari bassi oggi significano contributi più bassi e quindi pensioni più povere domani. E quando una famiglia deve tagliare libri, sport, formazione, tecnologia o università dei figli, la disuguaglianza economica diventa anche disuguaglianza educativa. La povertà finisce così per trasmettersi da una generazione all’altra.

Per decenni la promessa implicita è stata semplice: attraverso il lavoro si poteva migliorare la propria condizione, costruire una famiglia, conquistare autonomia e immaginare un futuro migliore per i figli. Quella promessa si è incrinata. Per questo, come sottolinea la Cgil, “la povertà non può essere affrontata soltanto con bonus e interventi emergenziali”. Servono politiche sociali e servizi pubblici.

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