Ci sono parole che descrivono il mondo e altre che diventano il terreno sul quale ci si scontra per decidere quale mondo vogliamo. “Genere” è una di queste. Da Genere, il nuovo libro di Vera Gheno pubblicato da Laterza nella collana Parole pericolose, parte la nuova puntata di Collettiva Talk. Una conversazione che dalla lingua arriva alla politica: femminismo, woke, diritti, lavoro, classe sociale, polarizzazione e costruzione della paura.

Costruire un nemico

Per Gheno il problema non sono le parole, ma quello che si costruisce intorno a esse. “Genere” è diventata così una parola da cui difendersi, associata alla presunta minaccia alla famiglia, ai bambini, alla distinzione tra uomini e donne.

Un meccanismo tutt’altro che casuale. “Non usano male le parole”, dice Gheno parlando delle strategie populiste, “le usano in maniera molto consapevole”. Si scelgono termini capaci di parlare alla paura e di provocare una reazione emotiva prima ancora che razionale.

È successo anche a woke, nato nella comunità afroamericana come invito a rimanere vigili di fronte alle discriminazioni e trasformato in un’etichetta negativa dentro la quale infilare femminismo, diritti LGBTQ+, linguaggio inclusivo e battaglie delle minoranze.

Diritti e salario

Il confronto entra poi nel rapporto tra femminismo, diritti e condizione materiale. Contrapporre diritti sociali e civili, secondo Gheno, significa costruire un falso conflitto. Non può esserci emancipazione senza parlare anche di salari, precarietà, welfare, lavoro di cura e dipendenza economica. “Se sei povero, i disagi che vivi nella società sono infinitamente di più”.

Ma Gheno mette in guardia anche il campo progressista dal trasformare il linguaggio in una patente morale, alla continua ricerca della parola sbagliata o del posizionamento perfetto. Il rischio è quello di dividersi proprio mentre sarebbe necessario individuare ciò che unisce.

Il potere delle parole

Il punto, alla fine, è politico. Le parole non si limitano a raccontare la realtà. Possono modificarne la percezione. Vale per il genere e vale per le migrazioni e la sicurezza. Ripetere continuamente “invasione”, “emergenza”, “pericolo” può costruire una percezione molto distante dai dati. È in questa distanza che il linguaggio diventa uno strumento di potere. E che una parola può essere trasformata in un nemico.