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Il Primo Maggio è la Festa del lavoro, ma non c’è niente da festeggiare. Nell’Italia del 2026 infatti il lavoro è sempre più fragile e insicuro: pochi sono gli occupati e tanti i disoccupati, abbiamo il numero di inattivi più alto in Europa. Andando oltre alla retorica pubblica e le dichiarazioni dei governi, dunque, la situazione diventa sempre più grave.
Non non solo per chi lavora. Lo scenario risulta complesso anche per chi è occupato: molti italiani e italiane sono poveri anche lavorando, come certifica l’Istat, per colpa di bassi salari e alta inflazione. A tracciare il quadro sono i dati ufficiali degli istituti di ricerca, come sempre i numeri non mentono.
Occupazione molto sotto la media europea
In Italia ci sono pochi disoccupati solo in apparenza. Come emerso dal bollettino Adapt di aprile, nel nostro Paese il tasso di occupazione si attesta al 62,4% che è circa 9 punti sotto alla media europea, pari al 71,1% e molto lontana dagli Stati in testa alla classifica (Paesi Bassi, Malta, Islanda e così via).
Nel commento alle cifre, Adapt rilascia un’analisi significativa: “Nei Paesi ad alta occupazione il lavoro rappresenta la condizione prevalente lungo gran parte del ciclo di vita, mentre in Italia continua a coinvolgere una quota troppo ridotta della popolazione in età attiva”.
Al primo posto per inattivi
In compenso la penisola detiene un record: il numero di inattivi più elevato d’Europa. Nello specifico quota tocca il 33,9% tra i 15 e i 64 anni, il valore più alto circa 10 punti sopra la media Ue, 24,4 per cento, vicino ai livelli di Romania e Grecia.
E il boom degli inattivi non accenna a fermarsi. Secondo i dati Istat di marzo 2026, rielaborati sempre da Adapt, “nell'ultimo anno, tra marzo 2025 e marzo 2026, il saldo degli occupati torna negativo, con 30mila occupati in meno. Nello stesso periodo diminuiscono anche i disoccupati (-304mila), ma aumentano in modo significativo gli inattivi (+351mila)”.
Crescono i contratti a tempo determinato
Il lavoro dipendente è la forma prevalente di occupazione, ma nell'ultimo trentennio è aumentata la rilevanza delle forme contrattuali flessibili: l’occupazione a tempo determinato (l'11% del totale nel 2025) e quella a tempo parziale (16%). Lo afferma l’Istat, nel report “Storie di dati: i cambiamenti del lavoro tra progressi e ritardi”.
Una nota negativa anche sul part-time, come spiega l’Istituto: l’Italia si colloca in una posizione intermedia nella Ue per quota di part-time, ma “si caratterizza per la maggiore incidenza di quello involontario, accettato in mancanza di occasioni a tempo pieno, pari all’8% del totale degli occupati – nel 70% dei casi sono donne – , contro un valore medio europeo del 3%”.
Invecchia la popolazione lavorativa
La popolazione lavorativa italiana intanto sta invecchiando. A marzo 2026 su base annua gli occupati tra i 15 e i 24 anni a marzo diminuiscono di 141mila unità, quelli tra 25 e 34 anni sono sostanzialmente stabili (-mille) mentre quelli tra i 35 e i 49 anni perdono 246mila unità. Gli over 50 occupati crescono di 358mila unità rispetto all’anno precedente. Su base mensile gli over 50 perdono 13mila occupati, la fascia tra i 34 e i 49 anni ne guadagna 23mila.
Donne occupate il 18% in meno degli uomini
L’occupazione delle donne attualmente è di quasi 18 punti inferiore a quella degli uomini. A dirlo è sempre l’Istat. Non solo: l’occupazione femminile è inferiore di 9 punti rispetto alla Spagna, 13 alla Francia e 20 alla Germania. Seppure sia cresciuta lievemente l’occupazione femminile, inoltre, ciò vale solo per le donne più istruite, mentre restano in difficoltà quelle con bassa istruzione: il tasso di occupazione è addirittura inferiore del 50% rispetto alla laureate.
Si è poveri anche lavorando
Come detto, poi, nel nostro Paese è povero anche chi lavora, perché l’occupazione non salva più dalla miseria. Il nucleo della povertà lavorativa, il cosiddetto fenomeno dei woorking poor, è una ferita aperta: nel 2025 il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni vive in famiglie con redditi inferiori alla soglia di povertà, nonostante abbiano lavorato per gran parte dell'anno.
La povertà lavorativa esplode quando il reddito da lavoro deve sostenere più persone: nuclei dove è presente un solo percettore di reddito, l’incidenza della povertà balza al 20,4%. Situazione ancora più problematica per le famiglie numerose: per le coppie con tre o più figli, il rischio di povertà lavorativa tocca il 16,7%, mentre il rischio generale di povertà o esclusione sociale per questi nuclei arriva a sfiorare il 30,6%. Insomma, avere figli rappresenta oggi un fattore impoverimento materiale piuttosto che un investimento per il domani.
Bassi salari e alta inflazione
I motivi di tutto ciò? Un combinato disposto che insieme diventa letale: da una parte i salari italiani, che negli ultimi anni riportano la crescita minore in Europa, e dall’altra l’inflazione che continua ad aumentare e si mangia le retribuzioni, per colpa della situazione internazionale e delle nuove guerre.
Solo Mattarella a difesa del lavoro
In definitiva, la festa non è una festa. Mentre il governo si limita alla retorica e ai decreti che premiano solo le imprese, c’è una sola voce istituzionale che si leva a difesa del lavoro: quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In occasione del Primo Maggio, il Capo dello Stato ha detto: “I morti sul lavoro sono un tributo inaccettabile. C'è una piaga che non accenna a sanarsi, proseguono notizie di lavoratori che perdono la vita sul lavoro: la sicurezza resta un impegno che non consente rinunce o distinguo”.
Un passaggio importante Mattarella lo ha riservato al divario salariale tra uomini e donne, che persiste sia nelle retribuzioni che nelle carriere: “Va colmato con un complesso di interventi e attenzioni – ha detto –: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita”.



























