Si può essere poveri anche lavorando, perché l’occupazione non salva più dalla miseria. È la fotografia che emerge dagli ultimi dati diffusi dall’Istat. Da una parte gli indicatori mostrao una lieve flessione della popolazione a rischio esclusione, dall’altra il nucleo duro della povertà lavorativa (il cosiddetto fenomeno dei working poor) resta una ferita aperta nel tessuto del Paese.

Nel 2025 infatti il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni vive in famiglie con redditi inferiori alla soglia di povertà, nonostante abbiano lavorato per gran parte dell'anno. Un dato che non accenna a diminuire, smentendo ulteriormente l’idea che l’impiego sia lo strumento di sicurezza economica.

La trappola del reddito unico

Nel dettaglio, l’Istituto rivela una fragilità sistemica legata alla composizione del nucleo familiare. La condizione di povertà lavorativa esplode quando il reddito da lavoro deve sostenere più persone: nuclei dove è presente un solo percettore di reddito, l’incidenza della povertà balza al 20,4%. In altri termini una a famiglia monoreddito su cinque arranca sotto la soglia di sussistenza.

I problemi delle famiglie numerose

La situazione si fa ancora più problematica per le famiglie numerose. Per le coppie con tre o più figli, il rischio di povertà lavorativa tocca il 16,7%, mentre il rischio generale di povertà o esclusione sociale per questi nuclei arriva a sfiorare il 30,6%. Avere figli continua a rappresentare un fattore di impoverimento materiale piuttosto che un investimento sul futuro.

L’impossibilità di accedere a beni e servizi

C’è poi un indicatore dell’Istat che misura l'impossibilità di accedere a beni e servizi essenziali, ciò che viene definita deprivazione materiale e sociale: l’indice è salito al 5,2% rispetto al 4,6% dell'anno precedente.

Boom povertà lavorativa tra i migranti

Se per i cittadini italiani il rischio di povertà lavorativa si attesta all'8,3%, per i lavoratori stranieri la cifra triplica, raggiungendo il 25,9%. Lo scarto diventa ancora più profondo se si guarda al rischio complessivo di esclusione sociale: per le famiglie con almeno un componente straniero, la quota sale al 41,5%, segnando un peggioramento rispetto al 2024. In generale i migranti percepiscono salari minimi e hanno contratti precari: risultano essere la fascia di popolazione più esposta ai venti della crisi.

Donne più a rischio di bassi salari

Nonostante le donne presentino un tasso di povertà lavorativa apparentemente inferiore agli uomini (8,2% contro 11,7%), lo stesso Istat avverte che si tratta di un dato ingannevole. Le donne hanno infatti una probabilità molto più alta di percepire stipendi bassi, ma la loro povertà spesso viene “nascosta” dal fatto di vivere in nuclei con altri percettori di reddito.

Al Sud è crisi permanente

Va infine sottolineata la differenza geografica. Una frattura mai santa, secondo i dati: il Nord-Est sembra navigare in acque più sicure, mentre il Mezzogiorno resta un'area di crisi permanente con un rischio di povertà che colpisce il 38,4% della popolazione. L’Italia continua a viaggiare a due velocità, dunque, al Sud il lavoro sempre più spesso non basta nemmeno per soddisfare i bisogni primari.