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“L’occupazione cresce”. Il governo continua a rivendicare record su record. Ma basta fermarsi alla superficie dei numeri per scoprire che dietro l’aumento degli occupati continua a nascondersi un mercato del lavoro profondamente segnato dalla precarietà. Lo raccontano, insieme, i dati dell’Istat e dell’Osservatorio sul precariato dell'Inps relativi ai primi mesi del 2026. Una fotografia che conferma come il vero problema italiano non sia soltanto trovare un lavoro, ma trovarne uno stabile, dignitoso e capace di garantire un’esistenza autonoma.
Tre milioni a termine
Il primo dato è quello dei contratti a termine. Nel primo trimestre del 2026 i lavoratori dipendenti con un contratto a tempo determinato sono circa tre milioni. Significa che quasi un dipendente su sei continua a vivere con una data di scadenza già scritta nel contratto. Rispetto allo scorso anno si registra una lieve diminuzione, ma il ricorso al lavoro temporaneo resta una componente strutturale del sistema produttivo. La crescita dell’occupazione, dunque, continua a poggiare su basi fragili.
La precarietà ha poi un volto preciso: quello dei giovani. Per gli under 35 il contratto stabile resta un traguardo sempre più difficile da raggiungere. L’Istat conferma che il tempo determinato continua a essere la principale porta d’ingresso nel mercato del lavoro. Una situazione che produce conseguenze ben oltre l’ambito occupazionale. Rimandare l'uscita dalla famiglia di origine, rinunciare all’acquisto di una casa, rinviare la scelta di avere figli sono effetti ormai consolidati di un lavoro incapace di offrire prospettive.
Una vita intermittente
Accanto ai contratti a termine cresce anche una delle forme più discontinue di occupazione: il lavoro intermittente. L’Osservatorio Inps evidenzia come continuino ad aumentare i contratti “a chiamata”, mentre rallentano le assunzioni stabili. È il segno di un mercato che richiede disponibilità permanente ai lavoratori senza offrire, in cambio, continuità di reddito e diritti.
Il rallentamento delle assunzioni a tempo indeterminato rappresenta un altro indicatore significativo. Nei primi tre mesi del 2026 il calo è particolarmente evidente e diventa addirittura del 43% nel lavoro in somministrazione. Parallelamente aumentano i rapporti a termine. Anche il lavoro tramite agenzia continua così a essere utilizzato prevalentemente come strumento di flessibilità piuttosto che come percorso verso la stabilizzazione.
Costretti a lavorare meno
La precarietà passa anche attraverso l’orario di lavoro. Il part-time, spesso raccontato come uno strumento di conciliazione, continua a essere in larga misura involontario. Circa tre lavoratori su dieci impiegati con orario ridotto dichiarano di non averlo scelto, ma di non essere riusciti a trovare un impiego a tempo pieno. Per donne e giovani questo significa salari più bassi, contributi ridotti e pensioni future inevitabilmente più leggere.
E proprio le donne continuano a pagare il prezzo più alto. Le elaborazioni dell’Osservatorio sul precariato mostrano un’incidenza inferiore del lavoro stabile rispetto agli uomini e una maggiore presenza nelle forme contrattuali più discontinue, dalla somministrazione al lavoro intermittente. Una condizione che alimenta ulteriormente i divari salariali e di carriera già esistenti.
Poveri e precari
Ma la precarietà non riguarda soltanto il contratto. Riguarda sempre più spesso anche la retribuzione. Secondo il Rapporto annuale dell’Istat, il 10,2% degli occupati è a rischio di povertà lavorativa. Significa avere un impiego senza riuscire comunque a garantire a sé e alla propria famiglia condizioni di vita adeguate. Lavorare, insomma, non basta più per uscire dalla povertà.
È questo il dato che forse racconta meglio la trasformazione del mercato del lavoro italiano. Da una parte aumentano gli occupati. Dall’altra crescono lavoro a termine, chiamate intermittenti, part-time involontario, bassi salari e rapporti sempre più frammentati. La quantità del lavoro migliora. La qualità continua invece a peggiorare.




























