Più di un anno di lavoro c’è voluto per arrivare a una proposta di legge sulla buona e piena occupazione. L’idea è nata dalle molte attività svolte dal Seminario permanente di Filosofie del Lavoro (che si tiene presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”), facente capo alla Società Italiana di Teoria Critica.

È nato un gruppo di lavoro, coordinato da Laura Pennacchi, e composto da: Valentina Cardinali, Andrea Ciarini (Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche), Giorgio Fazio (Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Filosofia), Pietro Galeone (Università Bocconi), Simone Gasperin (Institute for Public Policy Research), Alessandro Goracci, Beniamino Lapadula, Leonard Mazzone (Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Scienze politiche e sociali), Riccardo Sanna.

Scopo è finalità della proposta sono scritti nel comma 1 del primo articolo del testo: “Lo Stato, le Regioni e gli enti locali promuovono, sostengono e realizzano la piena, buona e stabile occupazione, in attuazione dei principi della Costituzione, del diritto internazionale e del diritto dell’Unione europea in materia di lavoro, con particolare riferimento all’occupazione dei giovani e delle donne”. A leggerlo, se le parole hanno un senso, si ha l’idea di una vera e propria rivoluzione. Ne parliamo con la coordinatrice del gruppo di lavoro, l’economista Laura Pennacchi.

Perché proprio oggi che il governo celebra un aumento consistente di occupazione esiste l'esigenza di una legge per la buona e piena occupazione?
Perché l’aumento consistente dell'occupazione raccontato dal governo è assolutamente fittizio. È un'illusione ottica, innanzitutto perché l'aumento maggiore è nelle classi di età avanzate, oltre 50 anni, e dipende dall’aumento dell’età di pensionamento e dal blocco dei pensionamenti anticipati. Per le fasce di età più giovani, l'aumento di occupazione è molto limitato e precario o a part-time involontario, che colpisce soprattutto le donne. Ma esiste una ragione anche di più lungo periodo. Dietro a questa proposta di legge c’è un gruppo di persone che lavora da più di un anno ed è partito dal Piano del lavoro della Cgil lanciato nel 2013 rifacendosi a quello pensato da Di Vittorio alla fine degli anni 40. Piena e buona occupazione erano e sono parole centrali nel lessico della sinistra e del movimento operaio, sono le fondamenta del modello sociale europeo nato dopo la Seconda guerra mondiale. Negli anni terribili del neoliberismo, cominciati negli anni ‘80 del secolo scorso, quelle parole non solo sono cadute in disuso ma sono state tradite.

In che senso?
Beh, se pensiamo alla parola “buona”, uno dei tradimenti sta nel fatto che da allora la quota del valore aggiunto che va ai redditi da lavoro si è enormemente ridotta, mentre è aumentata di più di 10 punti la quota che va al capitale. A questo spostamento di valore corrisponde anche spostamento di peso economico, di peso sociale, di peso politico del lavoro. Da questo discende anche il mancato contrasto alla disoccupazione. Il risultato oggi sotto gli occhi di tutti è un aumento a dismisura delle diseguaglianze. Quindi riproporre quelle parole non è difensivismo nostalgico, ma dal passato traiamo lezioni per guardare al futuro riproponendo con grande forza i cardini dell'azione del movimento operaio e sindacale.

Qual è la proposta di legge? Come si costruisce la buona e piena occupazione?
La proposta di legge fa perno su vari aspetti. Molto innovativa, a nostro parere, è la riproposizione del recupero cooperativistico di imprese in crisi o che non hanno successione di proprietà riproponendo i principi originari e fondamentali della Legge Marcora. Per quanto riguarda il sostegno all'occupazione femminile proponiamo un intervento su tutti i congedi parentali prevedendo di estenderli e introducendo una  obbligatorietà per i padri. L’intervento più importante di tutti, riprendendo gli insegnamenti keynesiani, è l’identificazione di una serie di misure per la creazione diretta da parte delle istituzioni pubbliche di lavoro.

Proprio il contrario delle tendenze in atto
La dimostrazione che il racconto del governo sull’aumento dell’occupazione è falso è l’incremento - soprattutto tra i giovani – di quanti non lavorano né studiano. Questa è una risorsa non utilizzata, così come lo è una quota consistente di capitale indirizzato alla finanziarizzazione. Keynes diceva che di fronte a questo grande sottoutilizzo dobbiamo pensare a una socializzazione dell'investimento. La creazione diretta di lavoro e conseguente alla necessità/possibilità di utilizzare questa quota di lavoro e di capitale ferma, dovrebbe essere costituito proprio un piano con articolazioni a livello territoriale e decentrato. Occorre ricostruire la capacità di progettazione di tutti i soggetti pubblici falcidiata dal neoliberismo. Proponiamo, poi, di costituire una vera e propria banca progetti a cui anche le università devono collaborare e dalla quale diventa possibile attingere sistematicamente. Inoltre dovranno essere costituiti anche dei fondi finanziari per sostenere economicamente i progetti.

Progetti per fare cosa?
Questo è l'elemento che consideriamo più innovativo, indichiamo l'area dei tanti bisogni sociali insoddisfatti, quella su cui costruire i progetti che poi vanno tradotti in operazioni pratiche.

Esiste un legame tra piene e buona occupazione e questione salariale?
Ma certamente, se l'occupazione è cattiva, nel senso che è precaria, non lascia spazio all'autonomia, viene realizzata attraverso contratti che durano certe volte soltanto un giorno, è molto più facile pagare prestazioni salariali molto basse. Se c'è meno possibilità di occupare, è ovvio che il ricatto anche salariale può essere esercitato più fortemente. Se invece c’è piena e buona occupazione, anche i salari possono essere migliorati,

Hai parlato di creazione diretta di lavoro, quindi stai parlando di una nuova centralità del pubblico, di un nuovo ruolo dello Stato in economia?
Certo, e pensiamo allo Stato come creatore di occupazione di ultima istanza ma non solo. Lo pensiamo come creatore di lavoro di prima istanza nei settori in cui va creato sviluppo. Occupazione, investimenti, sviluppo, tre termini assolutamente inscindibili. Basti pensare alla necessità di risanamento ambientale, riqualificazione territoriale. Niscemi è lì a ricordarci che l’Italia sta crollando! Ci sono immensi lavori da fare per il recupero delle aree interne, e di tutti i beni culturali, delle aree archeologiche che in Italia sono vastissime ma non abbiamo la cura che hanno altri paesi. Questi sono solo alcuni pochi esempi di quanto si potrebbe e dovrebbe fare ovviamente con l’aiuto delle Università e dei centri di ricerca che potrebbero indirizzare in questo senso le proprie attività invece su come fare a portare i ricchi su Marte. Insomma, pensiamo ad un intervento pubblico per progettare, pianificare, programmare, investire, non solo per regolazione o correzione di inadeguatezza del mercato.

Ancora abbiamo parlato di intervento pubblico, ma basta o serve anche una diversa politica industriale?
L'intervento pubblico non può che esplicitarsi anche in una diversa politica industriale. È l'altra gamba di questo ragionamento, diversa sia nei contenuti che nelle metodologie. Nei contenuti, la strada non è quella della conversione delle industrie automobilistiche in produttrici di armi. Assolutamente non può essere quella la strada. La vera risposta è, ad esempio, incentivare lo sviluppo industriale legato alle infrastrutture che hanno una grande ricaduta sulle politiche industriali, si dovrebbero ridefinire secondo criteri, per l'appunto, ambientali e di bisogni sociali insoddisfatti. In conclusione: “piena e buona occupazione” è un altro modo per dire “nuovo modello di sviluppo”.

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