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In Italia continua inesorabile la curva decrescente della natalità. Lo afferma l’Istat che attesta una diminuzione di nati di 14mila unità nel 2025 rispetto all’anno precedente. Una diminuzione consistente, stiamo parlando del 3,8% in meno.
Le cause, sostiene l’Istituto di statistica, sono varie. Tra queste c’è quella che dal punto di vista demografico è tra le più rilevanti: sono pochi gli uomini e le donne (soprattutto) in età da diventare genitori. Quel che stiamo scontando e la diminuzione di nati degli anni ‘80.
A dimostrare che quando si affronta un tema rilevante e complesso, i facili slogan non solo non servono ma rischiano di rendere più difficile l’analisi e quindi la possibilità di individuare soluzioni. Tentare di affermare il modello della donna fattrice di figli e come tale possibilmente casalinga, per lo meno finché i bimbi e le bimbe sono piccoli, non serve proprio a nulla. Nei paesi dove è più alto il tasso di occupazione femminile (ricordiamo che l’Italia è fanalino di coda in Europa per occupazione femminile) il numero di figli per donna è maggiore.
E poi, a causa della difficoltà ideologica del Governo di pensare a strumenti di conciliazione e condivisione genitoriale. Da noi “spontaneamente” le donne che abbandonano il lavoro alla nascita di un figlio sono tante, circa una donna su cinque (il 18–20%). Solo il 43,6% delle occupate tra i 18 e i 49 anni continua a lavorare post-maternità, con percentuali ancora più basse nel Mezzogiorno. Perché la prima revisione del Pnrr targata Meloni e Fitto ha tagliato proprio gli stanziamenti per i posti in asilo nido? Perché non si approva il congedo genitoriale paritario? È bene ricordare che la ministra per la natalità la famiglia e le pari opportunità Roccella ha proprio detto di essere contraria al congedo paritario.
Torniamo ai numeri. Nel 2025 il numero di nati per donna si ferma a 1,14 (da 1,18 nel 2024). La stima provvisoria relativa al periodo gennaio-luglio 2026 evidenzia una fecondità pari a 1,13. E se vogliamo approfondire l’analisi, allora scopriamo che le donne che attualmente hanno tra i 30 e i 40 anni, fascia di età nella quale si concentra oltre il 65% delle nascite attuali, sono nate tra il 1985 e il 1995, anni nei quali il numero medio di figli per donna scende da 1,45 a 1,19. Essendo questo uno dei problemi più rilevanti, allora dovremmo accogliere a braccia aperte gli uomini e le donne migranti concedendo loro di avere lavoro regolare, casa dignitosa e accesso ai servizi. E così consentirgli, se lo desiderano, di avere figli. Figli che poi non dovranno sentirsi messi ai margini andando a scuola.
E mentre i bimbi e le bimbe nati da genitori italiani diminuiscono considerevolmente, diminuzione minore si registra quando i genitori sono entrambi stranieri, la curva cambia segno e vira al positivo per i nati da coppie miste, sono stati nel 2025 80.442, arrivando a costituire il 22,6% delle nascite totali.
Un dato di colore: aumentano i figli e le figlie nati da coppie non coniugate sono 56.874. La Sardegna si conferma la regione con la più alta quota di nascite al di fuori del matrimonio (59,4%), seguita dal Lazio (51,7%). Nel Mezzogiorno, la quota più alta si osserva in Abruzzo (49,9%). Le percentuali più basse si registrano in Basilicata (33,0%) e in Calabria (35,7%).
È lungo è l’elenco che l’Istat compone delle ragioni per cui nascono meno bambini e bambine: “Le difficoltà di realizzazione di tutti o parte dei progetti riproduttivi si legano a molteplici fattori, tra i quali l’allungarsi dei percorsi d’istruzione, le condizioni di precarietà del lavoro giovanile, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, a cui si affiancano le difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia”, tra queste probabilmente vi è anche che il momento di diventare madri viene sempre più posticipato, l’età media del primo parte, spesso anche unico, si attesta ai 32,7 anni”.
L’orologio biologico delle donne ha un suo andamento non dilatabile. Più passa tempo meno si è fertili e oggi, le cause di infertilità sono diverse e in aumento. Ci chiediamo allora, non sarebbe cosa buona e giusta semplificare, anche dal punto di vista economico, l’accesso alle pratiche di fecondazione assistita?
In ogni caso, per diventare madri, genitori, occorre innanzitutto il desiderio e poi servono condizioni economiche e sociali che consentano a quel desiderio di diventare realtà. Spetta al governo pensare e prevedere politiche che rendano quel desiderio praticabile.
Questo governo, contraddicendo promesse e proclami, queste politiche non sembra proprio praticarle. Non sono i bonus mamme, o bebè gli strumenti necessari. Si confida che notizie positive arrivino dalla prossima legge di bilancio.




























