PHOTO
Il salario minimo è la soglia sotto la quale la retribuzione di un lavoratore non dovrebbe scendere. Può essere fissato direttamente dalla legge oppure, nei sistemi che puntano sulla contrattazione collettiva, attraverso i contratti di settore.
In Italia non esiste oggi un salario minimo legale nazionale valido per tutti i lavoratori. La tutela della retribuzione passa soprattutto dalla contrattazione collettiva e dall’articolo 36 della Costituzione, secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e comunque sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa.
La discussione sul salario minimo nasce quindi da una domanda molto concreta: come garantire una paga adeguata anche a chi lavora ma guadagna troppo poco?
Cosa dice la legge: Costituzione, contratti e direttiva europea
L’articolo 36 della Costituzione non stabilisce una cifra minima in euro per ogni ora di lavoro. La sua applicazione concreta è stata affidata in larga parte alla contrattazione collettiva: i Ccnl fissano minimi retributivi, inquadramenti, orari, maggiorazioni, ferie e altre condizioni di lavoro.
Questo significa che in Italia non si può semplicemente dire che “il salario minimo è X euro l’ora”. La paga dovuta dipende dal contratto collettivo applicato, dal livello di inquadramento e dalle caratteristiche del rapporto di lavoro.
Il quadro europeo è diverso ma non impone un modello unico. La direttiva Ue 2022/2041 sui salari minimi adeguati, approvata nel 2022, punta a rafforzare la protezione dei lavoratori e la contrattazione collettiva. Non stabilisce però un salario minimo uguale per tutti i Paesi e non obbliga gli Stati che si affidano alla contrattazione collettiva a introdurre una soglia legale.
Salario minimo in Italia: perché se ne discute
Il tema è tornato con forza nel dibattito pubblico soprattutto per la diffusione dei bassi salari e della povertà lavorativa.
Secondo l’Istat, nel 2025 il 10,2% degli occupati tra 18 e 64 anni era a rischio di povertà lavorativa, cioè viveva in una famiglia a rischio di povertà pur avendo lavorato per più della metà dell’anno. La percentuale sale al 25,9% tra gli occupati stranieri.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto chi non ha un lavoro. Esiste anche la condizione di chi lavora ma non riesce, con il proprio reddito, a raggiungere una condizione economica sufficiente. A questo si aggiungono il part-time involontario, la discontinuità occupazionale, i contratti brevi e le differenze salariali tra settori e territori.
Quanti sono i Paesi europei con un salario minimo
Al 1° gennaio 2026, 22 dei 27 Paesi dell’Unione europea avevano un salario minimo nazionale stabilito per legge. I cinque senza una soglia nazionale erano Italia, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia. In questi Paesi la protezione dei minimi retributivi passa principalmente dalla contrattazione collettiva.
I livelli sono molto diversi. Nel gennaio 2026 il salario minimo mensile legale andava dai 620 euro della Bulgaria ai 2.704 euro del Lussemburgo. Francia, Germania, Irlanda e Paesi Bassi erano tra gli Stati con valori superiori ai 1.500 euro mensili.
Il dato, però, non permette da solo di stabilire quale sistema garantisca condizioni migliori: per confrontare davvero le retribuzioni bisogna considerare anche costo della vita, orario di lavoro, tassazione, contratti collettivi e altre componenti del salario.
Salario minimo e contrattazione: il nodo italiano
In Italia una parte importante della discussione riguarda i contratti collettivi.
Il sistema della contrattazione non stabilisce soltanto la paga base. I Ccnl definiscono anche ferie, permessi, tredicesima, maggiorazioni per il lavoro notturno e festivo, scatti, malattia, classificazione professionale e altri diritti.
Per questo il tema non si riduce alla domanda “9 euro sì o no”. Una soglia legale può rappresentare un pavimento retributivo, ma resta da stabilire come debba rapportarsi ai contratti collettivi e alla loro efficacia.
Un altro problema riguarda i cosiddetti contratti pirata, cioè contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni scarsamente rappresentative e caratterizzati, in alcuni casi, da trattamenti economici e normativi inferiori rispetto ai contratti maggiormente applicati nello stesso settore.
La posizione della Cgil: salario minimo, contratti e qualità del lavoro
Per la Cgil il salario minimo non è una misura isolata, ma fa parte di una più ampia battaglia contro il lavoro povero e la precarietà. Il sindacato sostiene l’introduzione di una soglia minima di retribuzione, insieme al rafforzamento dei contratti collettivi e della loro efficacia. L’obiettivo dichiarato è evitare che la concorrenza sul costo del lavoro produca salari sempre più bassi e condizioni occupazionali peggiori.
Su questa stessa linea si collocano altre campagne della Cgil. Nel 2025 il sindacato ha promosso quattro referendum sul lavoro, intervenendo su licenziamenti, contratti a termine, tutele nelle piccole imprese e responsabilità negli appalti. Il tema comune è quello della qualità del rapporto di lavoro: secondo la Cgil, la riduzione delle tutele e l’eccessiva facilità nel ricorso a forme di lavoro temporanee possono aumentare l’insicurezza economica dei lavoratori.
Un altro fronte riguarda gli appalti e la sicurezza. La Cgil chiede da tempo di contrastare la frammentazione delle filiere e il ricorso a subappalti che, secondo il sindacato, può favorire il dumping sui costi, sulle retribuzioni e sulla sicurezza. Alla richiesta di controlli e responsabilità più stringenti si affianca quella di rafforzare gli strumenti per garantire formazione e prevenzione.
La questione salariale è inoltre legata alle forme di lavoro a tempo parziale e alla precarietà. Il part-time involontario, il lavoro stagionale, la somministrazione e le attività della gig economy possono tradursi in redditi insufficienti anche quando il rapporto di lavoro è formalmente regolare. Su questi terreni interviene soprattutto Nidil Cgil, la categoria che segue le nuove forme di lavoro e una parte del lavoro precario e discontinuo.
Infine c’è il tema della rappresentanza. Per la Cgil una soglia salariale efficace deve essere accompagnata da regole che stabiliscano quali organizzazioni hanno una rappresentanza effettiva e quali contratti collettivi possono essere considerati realmente rappresentativi. La richiesta di una legge sulla rappresentanza punta anche a contrastare il dumping contrattuale prodotto da contratti sottoscritti da organizzazioni con una rappresentatività limitata e con condizioni economiche inferiori.
Cosa può fare chi oggi guadagna poco
Se un lavoratore ritiene di essere pagato meno di quanto previsto dal contratto collettivo applicabile, il problema non va confuso con la semplice assenza di un salario minimo legale.
Il primo passo è verificare quale Ccnl viene applicato, quale livello di inquadramento è indicato nella busta paga e quali sono i minimi retributivi previsti per quella posizione.
In caso di dubbi o di possibili irregolarità, è possibile rivolgersi alla categoria Cgil di riferimento o ai Caaf della Cgil per verificare busta paga, inquadramento, contratto applicato ed eventuali differenze retributive.






















