La difficile situazione dell’ex Ilva, in procinto di essere venduta al fondo d’investimento statunitense Flacks, sta travolgendo le numerose imprese dell’indotto. Come la Semat Sud di Taranto, azienda che da oltre 20 anni si occupa di manutenzioni industriali all’interno del polo siderurgico, che il 15 dicembre scorso ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per 218 lavoratori per cessazione d’attività.

Immediata è stata la protesta di sindacati e personale, che hanno chiesto il ritiro della procedura e il prolungamento della cassa integrazione (in vigore fino a marzo) in vista dell’auspicato rilancio produttivo dell’ex Ilva. Richiesta, però, finora rimasta inascoltata. Per giovedì 29 gennaio è in calendario un vertice sulla vertenza presso il Comitato Sepac (task force sull’occupazione) della Regione Puglia.

Sindacati: “A pagare sono i lavoratori degli appalti”

Fillea Cgil, Feneal Cisl e Filca Uil tarantine affermano che l’azienda ha avviato la procedura motivando “tale decisione per il perdurare della situazione di instabilità e incertezza dello stabilimento siderurgico”. Le tre sigle chiedono alla società “di ritirarla e d’individuare misure di salvaguardia occupazionale in attesa dell'auspicato rilancio industriale e ambientale dell'ex Ilva di Taranto”.

Le tre sigle evidenziano che “ancora una volta a pagare sono i lavoratori degli appalti, anello più debole di un sistema che scarica sui più fragili il prezzo dell’incertezza e delle scelte sbagliate”. E concludono affermando che “la tutela dell’occupazione deve essere la priorità assoluta per le istituzioni e per tutti i soggetti coinvolti”.

Azienda: “Licenziamenti sono l’unica soluzione”

“L’aggravarsi della situazione industriale e finanziaria dell’unica committente, ovvero Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, ha provocato e sempre più determinerà la riduzione del fatturato di Semat Sud, ormai stabilmente ben sotto della soglia attesa e ipotizzata nel piano di ristrutturazione”, scrive la società.

Semat Sud precisa di aver fatto “ricorso agli ammortizzatori sociali per perseguire un parziale riequilibrio dei costi”, ma che “ben presto sono venute meno tutte le aspettative di una pronta aggiudicazione del sito industriale della committente in favore di un player industriale supportato da un adeguato programma industriale e d’investimenti”.

Da qui la decisione del licenziamento collettivo, giudicato “l’unica soluzione oggettivamente percorribile per effetto della perdurante congiuntura industriale e finanziaria”. La società ha infine dichiarato che la “cessazione di attività rende impercorribile il ricorso ad ammortizzatori sociali alternativi quali cassa ordinaria, cassa straordinaria e contratti di solidarietà”.