Un settore metalmeccanico manifatturiero fortemente eroso, esposto ai venti della crisi energetica e geopolitica ma, soprattutto, indebolito dalla totale mancanza di politiche industriali pubbliche capaci di governare la transizione e valorizzare il territorio. È il quadro emerso lunedì 29 giugno a San Giovanni Lupatoto (Verona), dove si è riunita l’Assemblea generale delle delegate e dei delegati Fiom Cgil Veneto, alla presenza del segretario generale nazionale Michele De Palma.

I numeri fotografano una sofferenza strutturale: in Veneto sono attualmente attivi oltre 70 tavoli presso l'Unità di crisi regionale – dove la metalmeccanica rappresenta circa la metà delle vertenze – a cui si aggiunge l'impennata della cassa integrazione ordinaria nel comparto movimento terra, che spinge ben oltre quota 10 mila il totale dei lavoratori coinvolti nella regione.

Al centro della denuncia della Fiom c'è la totale assenza di una regia istituzionale di fronte a una triplice minaccia: i pesanti piani di ristrutturazione delle grandi multinazionali, come nel caso emblematico di Electrolux; il ruolo dei fondi di investimento speculativi che cannibalizzano le aziende; la piaga delle delocalizzazioni opportunistiche “in bonis”. Di fronte a questo scenario, il sindacato chiede un cambio di passo immediato: serve una bussola strategica nazionale e la fine della gestione frammentata “caso per caso”.

De Palma, Fiom: “Abbiamo perso 100 mila posti di lavoro”

“L'obiettivo è innanzitutto invertire una tendenza, perché è a rischio la sovranità industriale del Paese”, ha detto il segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma: “In Italia negli ultimi anni abbiamo perso 100 mila posti di lavoro nell’industria metalmeccanici. In questo momento, se finissero gli ammortizzatori sociali, noi avremmo 138 mila persone senza lavoro. In Veneto “la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori e dei sindacati per il confronto con Istituzioni e imprese ha portato alla salvaguardia dell’occupazione della Riello. Ma in questo scenario c’è la vertenza complessa dell’Electrolux”.

La “tregua armata” sul piano di chiusura di uno stabilimento e di 1.700 licenziamenti è “sottoposta al confronto nei tavoli di approfondimento al Mimit per negoziare soluzioni condivise per la salvaguardia occupazionale e per il rilancio dell'industria dell'elettrodomestico nel nostro Paese. Per affrontare la transizione, servono investimenti sui prodotti e sulle persone. Il governo deve intervenire mettendo a disposizione le risorse che sono necessarie per la ricerca e sviluppo e la produzione, al fine di garantire l’occupazione e la retribuzione delle lavoratrici e dei lavoratori”.

La vicenda Electrolux

“Parliamo di un gruppo che negli ultimi cinque anni ha generato 139 milioni di utili a Susegana e ha beneficiato di oltre 200 milioni di contributi pubblici”, ha spiegato il segretario generale Fiom Cgil Veneto Antonio Silvetri: “Eppure, ben 138 di quei milioni sono stati distribuiti agli azionisti anziché essere reinvestiti in ricerca, e i soldi pubblici sono serviti ad automatizzare gli impianti generando paradossalmente gli attuali 1.719 esuberi nazionali e la minaccia di chiusura per Cerreto d'Esi”.

Silvestri ha evidenziato che “ora siamo in una fase di 'tregua armata' perché siamo riusciti a congelare i licenziamenti unilaterali, ma il tavolo con l'azienda e con il governo riparte a una sola condizione: ritiro della chiusura nelle Marche, garanzie sui volumi produttivi da mantenere in Italia e stop definitivo alle delocalizzazioni. Il governo deve smettere di fare solidarietà a parole e mettere in campo atti concreti che superino gli esuberi, perché senza industria non esiste un futuro per il Paese”.

Silvestri, Fiom Veneto: “Basta con la finanza predatoria”

“Il rallentamento della metalmeccanica in Veneto è ormai evidente: persino Confindustria parla di una locomotiva regionale che ha quasi smesso di correre, con la crescita del Pil ferma allo 0,1 per cento”, ha argomentato Silvestri: “Non siamo di fronte a una normale fase congiunturale, ma a una trasformazione profonda e strutturale”.

In Veneto sono oltre 70 i tavoli di crisi attivi, con la metalmeccanica che “rappresenta la metà delle vertenze complessive e oltre 10 mila lavoratori coinvolti dagli ammortizzatori sociali. L'unica strategia perseguita in Italia negli ultimi decenni è stata la svalutazione del lavoro, comprimendo salari e diritti anziché investire su innovazione, qualità e ricerca. Ma senza una bussola strategica il sistema produttivo non regge più”.

Silvestri ha portato un duro affondo contro i fondi speculativi: “Molte aziende metalmeccaniche venete sono finite nelle mani di fondi di private equity che si presentano come risanatori ma agiscono come liquidatori predatori. Lo schema è ricorrente: si acquisisce l'impresa, si svuota il patrimonio e si abbandona ciò che resta”.

È quanto successo con “la Likum di Treviso, chiusa nel 2025; con la Costampress di Venezia a rischio liquidazione; con i casi Friulpress e Aluminium Die Casting a Padova, le cui fabbriche e i cui lavoratori sono stati scaricati su società immobiliari 'scatole vuote'. Persino la vicenda Speedline, traghettata verso un compratore industriale serio (Sigit) solo grazie alla lotta del sindacato, sconta ancora pesanti esuberi. Esigiamo dal governo controlli preventivi rigorosi sui compratori (due diligence) e vincoli sociali stringenti sui finanziamenti pubblici. Chi prende risorse dallo Stato deve garantire l'occupazione e i siti produttivi”.

Braccioforte, Fiom Verona: “Il 2025 è stato un anno horribilis”

“Se il Veneto soffre, Verona esce a fatica da un vero e proprio anno horribilis”, ha aggiunto il segretario generale Fiom Cgil Verona Martino Braccioforte: “Nel 2025 abbiamo assistito alla scomparsa di marchi di primo piano come Lenze, Borromini, George Fischer e Seba-Sunlight, oltre al pesante ridimensionamento di realtà come Demetra e Amman. Parliamo di una perdita netta di circa 350-400 posti di lavoro diretti, senza contare l’effetto domino sull’indotto”.

Per Braccioforte il dato più inaccettabile è che “si è trattato quasi interamente di ‘chiusure in bonis’, ovvero aziende in perfetta salute finanziaria che hanno deciso di smantellare i siti veronesi per delocalizzare all'estero – in Polonia, Svezia, Germania o Turchia – al solo scopo di ottimizzare i margini e saturare altri impianti. Qui non c’entrano i costi dell’energia, c’entra la logica cinica delle multinazionali e l’assenza di politiche industriali sul territorio”.

Sulle prospettive 2026 Braccioforte aggiunge: "A oggi c’è un unico grande e grave tavolo di crisi aperto per Verona. Riguarda la Fdf di Vallese di Oppeano (barre in acciaio cromato, gruppo Aso), dove i lavoratori stanno andando avanti grazie a un contratto di solidarietà ministeriale in deroga, con la speranza di riaprire gli impianti entro fine anno. Tuttavia, registriamo una preoccupante ripresa della domanda di cassa integrazione nella galassia del conto terzi e del comparto degli infissi in alluminio anche in aziende di notevoli dimensioni”.

L’accordo Riello-Ariston

Silvestri e Braccioforte concordano nel definire l’accordo Riello-Ariston l’unica vera nota positiva dell’anno. “C’è ottimismo perché l'acquirente è un solido player industriale italiano e i due marchi sono perfettamente complementari, scongiurando il rischio di sovrapposizioni e tagli nei siti di Legnago e Angiari”, spiegano i due dirigenti sindacali: “Il passaggio definitivo avverrà a luglio, ma per noi questo è un punto di partenza, non di arrivo: entro la fine dell'anno Ariston dovrà presentare un piano industriale dettagliato per lo sviluppo dei siti”.

Silvestri e Braccioforte così concludono: “Due anni fa abbiamo chiesto al ministero un tavolo nazionale per la termomeccanica. Alla metalmeccanica non servono incentivi spot, serve programmare una transizione energetica pulita e sostenibile su un arco di almeno dieci anni, supportando le imprese e difendendo i lavoratori”.