Non si fermano agli opifici irregolari le indagini della Procura di Milano sullo sfruttamento del lavoro nella filiera della moda. Dopo il ritrovamento, il 14 maggio scorso, di operai cinesi impiegati in condizioni di grave sfruttamento in un capannone di Pero, i magistrati hanno esteso gli accertamenti ai grandi marchi del lusso che, attraverso una rete di fornitori e subfornitori, risultano collegati alla produzione di accessori destinati alle proprie maison.

L’obiettivo non è contestare responsabilità dirette ai brand, che non sono indagati, ma verificare se abbiano realmente esercitato i controlli previsti dalla normativa sulla propria catena produttiva. Su delega del pubblico ministero Paolo Storari, i carabinieri del Nucleo tutela lavoro hanno notificato un ordine di esibizione documentale a una decina di aziende, tra cui Chanel, Brunello Cucinelli, Bulgari, Moncler, Etro, Goyard, Stefano Ricci, Jacob Cohen Company e Owenscorp Italia.

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Chiesti audit e modelli organizzativi ai grandi marchi

La Procura ha chiesto di acquisire gli audit effettuati negli ultimi due anni nei confronti dei fornitori Moda Fashion Style, Isacco, Brandart e F.V.L., oltre ai modelli organizzativi adottati dalle aziende per prevenire fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato.

Le richieste arrivano dopo le ispezioni del 14 maggio nel laboratorio di Moda Fashion Style a Pero, nel Milanese, dove i carabinieri hanno trovato operai cinesi impiegati in nero, alcuni privi di permesso di soggiorno, costretti a vivere in condizioni degradanti e a lavorare anche nei giorni festivi. Gli investigatori hanno inoltre rilevato la presenza di macchinari privi dei dispositivi di sicurezza previsti dalla normativa e condizioni di lavoro incompatibili con gli standard minimi di tutela.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Moda Fashion Style era fornitrice di Brandart e F.V.L., società che a loro volta risultano collegate alla produzione per alcuni marchi della moda di accessori come shopper, copriabiti, sacchetti e pochette.

Nessun marchio è indagato, ma i controlli?

L’iniziativa della Procura punta a verificare il grado di coinvolgimento delle imprese nell’utilizzo della manodopera sfruttata e soprattutto l’efficacia dei modelli organizzativi previsti dal decreto legislativo 231 del 2001, chiamati a prevenire fenomeni riconducibili al caporalato.

Il punto centrale dell’indagine riguarda dunque la capacità dei grandi committenti di conoscere e controllare la propria filiera produttiva. Una questione che negli ultimi anni è diventata sempre più rilevante dopo una serie di interventi della magistratura milanese nei confronti di aziende della moda, con l’obiettivo di contrastare sistemi produttivi basati sulla compressione dei diritti dei lavoratori.

Dal Tavolo Moda e Legalità alla certificazione della filiera

Le verifiche della Procura arrivano mentre resta aperto il confronto sulla necessità di rendere più trasparente e sicura la filiera della moda. Un tema affrontato anche la scorsa settimane al Tavolo Moda e Legalità, dove sindacati, istituzioni e associazioni datoriali hanno discusso degli strumenti necessari per contrastare sfruttamento, lavoro irregolare e infiltrazioni criminali.

Per la Filctem Cgil, quanto sta emergendo dalle indagini conferma la necessità di costruire un sistema strutturale di prevenzione, basato sulla certificazione della filiera, su controlli più efficaci e su una maggiore responsabilizzazione dei committenti.

"Le organizzazioni sindacali, proprio per questa situazione, avevano proposto un percorso congiunto con le parti datoriali per la certificazione della filiera con più controlli ispettivi e maggiore trasparenza", afferma Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem Cgil.

"Quello che emerge dalle indagini dimostra che non è più sufficiente intervenire solo quando lo sfruttamento viene scoperto, ma serve un sistema capace di prevenire le irregolarità lungo tutta la catena produttiva. I grandi marchi devono poter garantire che ogni passaggio della filiera rispetti le regole e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori".

Il nodo dell’articolo 34 del Codice antimafia

Il confronto sulla legalità della filiera si intreccia anche con la discussione sulla possibile modifica dell’articolo 34 del Codice antimafia, che disciplina gli strumenti di prevenzione nei confronti delle imprese.

Per Marco Falcinelli un eventuale indebolimento della normativa rappresenterebbe un segnale sbagliato, soprattutto in un settore dove negli ultimi anni sono emersi numerosi casi di sfruttamento e infiltrazioni.

"Siamo, proprio per questo, contrari alla ventilata ipotesi di modifica dell’articolo 34 del Codice antimafia. In un settore ad alto rischio di infiltrazione criminale, trovo sbagliato che il governo proponga un passo indietro sulla certificazione antimafia, soprattutto nel momento in cui l’Unione europea diventa più stringente sulla due diligence".

"Noi su questa questione praticheremo un’opposizione ferrea – conclude Falcinelli –. Non consentiremo che in un Paese con episodi di infiltrazioni mafiose, caporalato e tratta di esseri umani si decida che l’articolo 34 venga modificato".

La sfida resta quella di rendere trasparente tutta la catena produttiva

Per il sindacato la vicenda milanese conferma una criticità strutturale: la distanza tra i grandi marchi e i livelli più bassi della produzione non può diventare uno spazio privo di controlli. La richiesta di audit e documentazione da parte della Procura va nella stessa direzione indicata dalla Filctem Cgil: costruire una filiera tracciabile, dove ogni soggetto coinvolto sia chiamato a garantire legalità, sicurezza e rispetto dei diritti.

La sfida della moda italiana, secondo il sindacato, non riguarda soltanto la qualità del prodotto finale, ma anche le condizioni in cui viene realizzato. Perché dietro ogni marchio deve esserci una catena produttiva trasparente e libera da sfruttamento.

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