La Tunisia è il simbolo di una contraddizione migratoria sempre più evidente. Un Paese da cui si continua a partire, ma che allo stesso tempo è diventato terra di arrivo e permanenza forzata per migliaia di migranti. Da una parte i giovani tunisini, stretti tra disoccupazione e mancanza di prospettive, guardano all'Europa come unica possibilità di futuro. Dall'altra, migliaia di migranti provenienti dall'Africa subsahariana rimangono bloccati nel Paese, spesso senza un lavoro regolare, senza tutele e ai margini della società.
Ripresa ma non per tutti
Il mercato del lavoro tunisino mostra alcuni segnali di ripresa, ma le fragilità restano profonde. Il tasso di disoccupazione si attesta intorno al 15%, mentre quella giovanile resta una delle principali emergenze sociali, con un livello superiore al 38%. Negli ultimi mesi l'economia ha creato circa 124 mila nuovi posti di lavoro e il tasso di occupazione è salito al 39,1%, ma la crescita non è sufficiente a superare una crisi strutturale fatta di precarietà, informalità e salari insufficienti.
Un quadro particolarmente evidente nel settore dell'edilizia, uno dei comparti più importanti dell'economia tunisina. Ne abbiamo parlato con Taieb Bahri, segretario generale della Fgbb, sindacato dell'edilizia affiliato alla Ugtt. "Il settore edile è considerato uno dei settori più vitali in Tunisia, come nel resto del mondo, poiché impiega il maggior numero di lavoratori. C'è però una parte consistente di questi operai che lavora nel settore informale", spiega Bahri.
Circa il 60% degli occupati nelle costruzioni lavora fuori dai circuiti regolari, senza adeguate protezioni sociali e con un elevato rischio per la sicurezza. "Quindi l'edilizia è caratterizzata da una grande precarietà lavorativa, come dimostrano gli incidenti sul lavoro, che in Tunisia sono davvero molto numerosi", sottolinea ancora Bahri. "I lavoratori di questo settore soffrono per mancanza di stabilità. Quello nelle costruzioni è un lavoro molto instabile, in generale, ma adesso è ancora peggio. Negli ultimi anni si è anche registrato un forte calo della forza lavoro. Già a partire dal 2020 non si trovavano lavoratori, perché i giovani si orientavano verso il pubblico oppure emigravano in maniera clandestina".
Crisi migratoria
La crisi del lavoro si intreccia così con quella migratoria. La Tunisia ormai una destinazione temporanea per migliaia di persone provenienti dall'Africa subsahariana, molte delle quali rimangono bloccate dopo aver tentato di raggiungere l'Europa.
"Oggi, oltre a essere un Paese di emigrazione siamo anche un Paese che accoglie i migranti. Ci sono molti tunisini che vanno via, ma molti immigrati arrivano, non siamo più solo un Paese di transito", racconta Bahri. "Molti restano per qualche anno e lavorano qui prima di raggiungere il Paese di destinazione".
Per chi arriva dal Sud del Sahara, però, l'inserimento nella società tunisina avviene quasi sempre nell'economia informale. "A causa delle restrizioni introdotte negli ultimi anni, i migranti provenienti dal Sud del Sahara si trovano spesso bloccati nel nostro Paese, dove lavorano in diversi settori, moltissimi in edilizia, ma lo fanno senza copertura sociale e senza diritti. Vivono davvero in pessime condizioni".
Razzismo di Stato
Una situazione aggravata dalla svolta politica del governo di Kais Saied. Nel febbraio 2023 il presidente tunisino definì l'immigrazione irregolare dai Paesi subsahariani un "complotto criminale" finalizzato a modificare la composizione demografica della Tunisia. Quelle parole hanno contribuito ad alimentare un clima di ostilità e violenze: migliaia di persone hanno perso casa e lavoro, mentre molti sono stati spinti verso insediamenti informali o verso il tentativo disperato di attraversare il Mediterraneo.
Nel frattempo la Tunisia è diventata uno dei pilastri della strategia europea di esternalizzazione delle frontiere. Con il Memorandum d'intesa firmato con l'Unione europea nel luglio 2023, fortemente sostenuto anche dall'Italia, Tunisi ha assunto un ruolo centrale nel controllo delle partenze verso l'Europa. Le organizzazioni per i diritti umani hanno però denunciato negli ultimi anni respingimenti violenti, deportazioni verso le zone desertiche ai confini con Libia e Algeria e abbandoni in condizioni estreme.
Alla sbarra
Ora, per la prima volta, la Tunisia dovrà rispondere del trattamento riservato ai migranti davanti alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha, in Tanzania. I legali dell'Asgi, l'Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione, insieme all'avvocato Ibrahim Belguith, hanno depositato quattro ricorsi presentati per conto di altrettanti migranti provenienti da Paesi dell'Unione Africana.
A Tunisi vengono contestate violazioni gravissime: detenzioni arbitrarie, torture, espulsioni collettive nel deserto e tratta di esseri umani. I ricorsi riguardano in particolare le intercettazioni in mare, le deportazioni verso i confini meridionali con Libia e Algeria e le condizioni di abbandono nelle aree desertiche. "Abbiamo presentato i ricorsi nella prima settimana di marzo. La Cancelleria della Corte ci ha comunicato l'avvenuto deposito", ha spiegato Adelaide Massimi di Asgi. Un passaggio arrivato poco prima del ritiro, da parte della Tunisia, della dichiarazione che consentiva a singoli individui e organizzazioni di rivolgersi direttamente alla Corte. La procedura potrebbe richiedere anni, ma rappresenta comunque un passaggio storico.






















