Giuseppe Aversa, Kevin Laganà, Saverio Giuseppe Lombardo, Giuseppe Sorvillo, Michael Zanera. Sono i cinque nomi che dovrebbero essere scolpiti nel marmo della Repubblica, invece sono relegati in qualche faldone giudiziario che si impolvera nelle stanze della burocrazia. Due anni fa, su quei binari di Brandizzo, non è passata soltanto la furia cieca di un treno: è passata l'intera storia italiana dell'indifferenza verso chi lavora. E oggi, a distanza di ventiquattro mesi, l'Italia si guarda allo specchio e ancora una volta si riconosce. Un Paese che piange i morti sul lavoro con liturgie stanche, che invoca la parola “fatalità” come alibi, che archivia le responsabilità con la stessa leggerezza con cui accatasta bare.

È caduta l'accusa più grave, quella di omicidio volontario. Restano le formule di rito: colpa, imperizia, negligenza. In altre parole, una cura al sistema che produce morte come un effetto collaterale accettabile. E allora la domanda è semplice: cosa deve accadere ancora perché questo Paese riconosca che i morti sul lavoro non sono vittime del destino, ma esiti di una catena organizzata, metodica, di omissioni e di avidità?

Brandizzo non è un incidente. È una parabola. È l'Italia intera compressa in una notte: i subappalti come matrioske di irresponsabilità, i risparmi di sicurezza trasformati in dividendi, il lavoratore ridotto a variabile sacrificabile. È la ripetizione infinita di Esselunga, di Enel Green Power, della Thyssen e di tutte quelle fabbriche e cantieri dove la pelle operaia è sempre stata considerata la moneta meno cara da spendere.

La giustizia, così come oggi si profila, non basta. Non bastano le indagini chiuse con un colpo di spugna semantico, non basta la cronaca che inghiotte la memoria nel ciclo delle notizie. Occorre chiamare le cose col loro nome: questi sono omicidi sociali. E finché non verrà introdotto un reato di omicidio sul lavoro, finché non ci sarà una procura nazionale che strappi via l'impunità sistemica, continueremo a contare cadaveri ea consolarci con corone di fiori e promesse ministeriali.

L'Italia ha un problema di cultura. Una cultura che antepone il profitto alla vita, la rapidità al controllo, l'“andare avanti” al fermarsi per proteggere. Una cultura che considera chi muore lavorando come un sacrificio inevitabile sull'altare dello sviluppo.

Oggi, nel secondo anniversario di Brandizzo, le parole che contano non sono quelle delle frasi, ma quelle dei nomi: Giuseppe, Kevin, Saverio, Giuseppe, Michael. Cinque nomi che gridano che la sicurezza non è un costo, ma la prima forma di democrazia. E se non saremo capaci di trasformare questa tragedia in un punto di non ritorno, allora vorrà dire che la Repubblica avrà fallito ancora una volta nel suo compito più elementare: proteggere la vita di chi lavora.