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Il lavoro crea il futuro

Magni, Cgil: «Genova deve pensare al domani»

Giorgio Sbordoni
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Per il segretario appena rieletto bisogna invertire la tendenza: "la popolazione di questa città decresce e invecchia rapidamente, i giovani vanno via"

“Pensare al domani”. La priorità di Genova è questa. Parola di Igor Magni, appena rieletto segretario generale della Cgil di Genova. Perché la città invecchia e si spopola a ritmi da estinzione. “La città sta diventando sempre più piccola, il numero dei suoi abitanti sta diminuendo, ormai siamo sotto i 600mila e continuiamo a decrescere. Siamo al 103esimo posto per la qualità della vita dei giovani che quando possono se ne vanno. Qui vivono più pensionati che lavoratori attivi, 38mila in più per la precisione. Una popolazione che invecchia sempre più rapidamente, con una media di età sempre più alta, dove si sono create le condizioni per la stagnazione economica”.

Era una città di lavoratori, saldamente inserita nel triangolo industriale con Milano e Torino. Oggi l’industria è in ginocchio, messa a dura prova dalle crisi ormai storiche come quella alla ex Ilva o quella alla Piaggio, cui si è aggiunta, esplodendo nell’agosto scorso, quella alla Ansaldo Energia. La prima cosa diventa quindi “ragionare su come ricucire lo strappo del tessuto industriale, riprendendo in mano la grande vocazione di Genova. Con la fine delle partecipazioni statali al tramonto degli anni ’90 – ricorda Magni – hanno cercato di dare una impronta diversa alla città, che continua ad avere un grande porto, uno scalo che dà lavoro a migliaia e migliaia di persone, tra indotto e dipendenti diretti. Ma non può essere questa l’unica attività, soprattutto se non riusciamo a intercettare almeno in parte le merci in transito. La città continua a decrescere”.

“Se a questo aggiungiamo che la maggiore offerta di lavoro è quella legata a turismo, servizi e commercio, settori che offrono lavoro molto spesso di breve durata, legato alla stagionalità e, dal punto di vista economico, non in grado negli ultimi trent’anni, di sostituire la stabilità che garantiva l’industria, ci rendiamo conto di quali siano i processi che hanno portato la città alla crisi. Sono tanti i fronti sui quali agire, a partire dai fondi del Pnrr. Con il Comune su questo abbiamo aperto diversi tavoli, siamo stati tra i primi a farlo in Italia, ma ancora oggi non sappiamo quali potranno essere le ricadute occupazionali future nel momento in cui tutti i progetti saranno messi a terra. Le aziende locali non hanno più le professionalità per ambire a vincere quegli appalti e a dare occupazione ai lavoratori di Genova. Questo ci spiega anche che nel tempo sono mancati investimenti privati, c’è una impresa privata non all’altezza che aspetta gli investimenti pubblici come unica fonte di sostentamento”.

Il cambiamento di questo paradigma passa certamente per l’occasione del Pnrr, per i modi in cui verranno impiegati i tanti miliardi di euro destinati alla città. “Stiamo lavorando, anche con Cisl e Uil, per provare a favorire il reinsediamento di realtà legate all’industria – insiste Igor Magni –. Solo così si potrebbero rilanciare anche i servizi. La parola d’ordine è ‘attrarre investimenti privati’ oltre a quelli pubblici. Convincere le aziende che oggi guardano ad altri lidi a insediarsi a Genova, mettendo loro a disposizione quelle aree dismesse durante la crisi industriale. Questa è una città particolare, stretta tra mare e colline, eppure le aree industriali dismesse, finora utilizzate poco e male, parzialmente infrastrutturate, potrebbero diventare utili a chi su questo territorio vuole riportare produzioni e occupazione. Oggi Genova, dopo il tragico crollo del Ponte Morandi, ha una difficoltà oggettiva nei collegamenti, ma ha aperto tanti cantieri, dal terzo valico a quello ferroviario alla Gronda, che, una volta conclusi, metterebbero in condizione di fare impresa chiunque voglia venire a operare qui”.

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