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L'acciaieria

Thyssenkrupp, l'inferno in una fabbrica

Lo stabilimento dell'acciaieria ThyssenKrupp a Torino
Foto: Luciano Movio/Sintesi
Ilaria Romeo
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È da poco passata l'una di notte alla linea 5 dell'acciaieria Thyssen di Torino, la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, quando sette operai vengono travolti da un getto di olio bollente. È una strage. Dicono che sarà l'ultima invece da allora sul lavoro si è continuato a morire

Poco dopo l’una di notte del 6 dicembre 2007, sulla linea 5 dell’acciaieria Thyssen di Torino, sette operai vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente che prende fuoco. 

Alle 4 del mattino muore il primo operaio, Antonio Schiavone.  

Nei giorni che seguono - dal 7 al 30 dicembre - moriranno altre sei persone: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Le indagini si chiudono in un tempo relativamente breve: il presunto reato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso.

“Questo drammatico evento - commentava a caldo l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - coinvolge ancora una volta la responsabilità di tutti, poteri pubblici e forze sociali, ad assumere il necessario impegno per estirpare l’inaccettabile piaga delle morti e degli incidenti sul lavoro”. 

Parole attuali sulle quali, mai come oggi, ci siamo trovati e ci troviamo costretti a riflettere.

Solo nei primi 8 mesi di questo terribile 2021 le morti sul lavoro sono state 772. 772 figli, figlie, mamme, papà, sorelle, fratelli che non sono tornati a casa e che a casa non torneranno mai più. Non si tratta di numeri, non sono statistiche. Sono persone, vite sacrificate sull’altare del profitto, vite che si sono spente nell’indifferenza di tanti, di troppi.

Luana, 22 anni, una mattina ha salutato il suo bambino di 5 senza sapere che non lo avrebbe abbracciato mai più, incastrata in un orditoio della fabbrica tessile dove lavorava. Roberto ha perso la vita 8 mesi dopo la caduta dal cassone del suo camion mentre stava facendo un carico.

Carlo è morto schiacciato da grossi tubi che si sono staccati da una gru che li stava spostando, Mohammed colpito da un grosso ramo mentre stava effettuando la potatura degli alberi, Tiziana travolta da un pancale carico di merci in un’azienda di stampaggio di materie plastiche.

Dietro ogni numero c’è un nome, sempre. 772 nomi solo in questo tragico anno  .772 persone, 772 vite. 

“Si noti - tuonava dalle colonne di Lavoro Giuseppe Di Vittorio già nel 1950 - che tutti questi lavoratori sono stati uccisi unicamente perché chiedevano di lavorare, gli uni sulla terra incolta, gli altri nella fabbrica serrata (…). I lavoratori sono stanchi di piangere i loro morti e non sono affatto disposti a lasciar soffocare nel sangue i loro bisogni di lavoro o di vita”.

Parole che continuiamo a ripetere nel bianco e nero di un continuo presente che sembra non volere o non potere cambiare.

Bianco e nero. Bianco come il lenzuolo che copre i corpi delle vittime e le coscienze dei colpevoli. Nero come spesso - troppo spesso - il lavoro. Rosso come il sangue versato, come la nostra rabbia, la nostra - di tutte e tutti - vergogna.