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La sentenza

Ex Ilva, Fiom: salute e ambiente prima del profitto

Foto: Francesca Graziani (da Twitter)
Stefano Iucci
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Durissime le condanne inflitte dalla Corte di Assise di Taranto a seguito dell'inchiesta Ambiente svenduto: 22 e 20 anni di reclusione a Fabio e Nicola Riva e tre anni e mezzo a Nichi Vendola. Re David e Venturi: ora servono certezze per il futuro, il Governo intervenga

È arrivata come un fulmine – non certo a ciel sereno – la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Taranto sulle vicende dell’Ilva a seguito dell’inchiesta “Ambiente svenduto” sull’inquinamento ambientale e che vedeva imputati 44 persone e tre società. Le condanne sono pesantissime. Spiccano i 22 e 20 anni di reclusione per Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell'Ilva, che rispondono di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all'avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. I giudici hanno anche disposto la confisca degli impianti poi acquisiti da Arcelor Mittal.

All'ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, sono stati inflitti tre anni e mezzo di reclusione: l’accusa è quella di concussione aggravata in concorso per aver  esercitato, secondo l’accusa, pressioni sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato (condannato a due anni per favoreggiamento), per cercare di "ammorbidire" la posizione dell’Agenzia sulle emissioni nocive prodotte dall'Ilva. 

LE PAROLE DI LANDINI

Come è noto, Fiom e Cgil si sono costituite come parte civile “a sostegno della ricerca di una verità giudiziaria sulle responsabilità di una gestione degli impianti che ha contrapposto le ragioni della salute e della sicurezza a quelle del lavoro e dello sviluppo sostenibile”, si legge in una nota di Francesca Re David, segretaria generale del meccanici della Cgil, e Gianni Venturi, responsabile siderurgia della categoria.

“La sentenza, di cui conosceremo le motivazioni nei prossimi giorni, riconosce che diritti costituzionalmente tutelati come la salute e il lavoro, non possano essere piegati a logiche di puro profitto e chi li rappresenta, come da sempre fanno Fiom e Cgil, nella tutela collettiva ed individuale, sono agenti di una funzione a cui si arreca un ‘danno immediato e diretto’, nel momento in cui si determina una violazione dolosa di quelle tutele”, spiegano i sindacalisti.

Ovviamente per il sindacato è anche importante capire cosa succederà ora in questa fase così delicata per le acciaierie e i lavoratori. Per questo, aggiungono Re David e Venturi, “occorre evitare che la confisca degli impianti, sia pure non esecutiva nella sentenza di primo grado, non pregiudichi la facoltà d’uso degli stessi e consenta di arrivare ad una rapida conclusione nel processo di transizione degli assetti societari previsti dagli accordi tra Invitalia e ArcelorMittal”. 

Sarebbe, infatti, davvero “una beffa insopportabile se, dopo il danno, non diventasse possibile l’approdo ad una produzione ambientalmente sostenibile dell’acciaio nell’impianto di Taranto: condizione indispensabile per la sopravvivenza degli altri siti del gruppo e per le prospettive dell’intera industria manifatturiera italiana. Proprio ora che le risorse del Pnrr e del Jtf consentono di intravedere una risposta ai problemi che hanno portato alla comunque drammatica sentenza di oggi”. 

“Per queste ragioni è indispensabile che il Governo e il presidente del Consiglio rompano il silenzio e si assumano le responsabilità di dare una prospettiva certa alle produzioni e ai lavoratori dell’intero settore siderurgico”, termina la nota.