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Le proposte

AAA politiche attive cercasi

P. P.
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Per rilanciare lo sviluppo del Paese per il sindacato non bastano le mezze misure, occorrono interventi mirati: tra le priorità, diritto soggettivo all'apprendimento permanente e alla formazione, un governo pubblico nazionale, rafforzamento dei centri per l'impiego e cooperazione tra questi e le agenzie private

Di politiche attive del lavoro c’è un grande bisogno in Italia, per sostenere chi ha perso il lavoro e chi rischia di perderlo e per affiancare coloro che saranno coinvolti nei processi di riconversione e riqualificazione delle imprese. Soprattutto ora, in piena crisi pandemica, ci vuole un piano post Covid che accompagni il blocco dei licenziamenti e gli ammortizzatori sociali a cui comunque è necessario dare continuità. Anche perché l’attuale sistema fa acqua da tutte le parti: il reddito di cittadinanza, l’assegno di ricollocazione, il piano nazionale straordinario per i centri per l’impiego, il ruolo dei navigator, la stabilizzazione dei precari storici di Anpal. Molte misure stentano a decollare, intenzioni e promesse sono rimaste tali, il futuro si presenta incerto e confuso.

“Adesso ci ritroviamo davanti a una grande sfida: per rilanciare concretamente lo sviluppo del Paese non bastano più le mezze misure, sono centrali le politiche attive – spiega Corrado Barachetti, coordinatore nazionale del mercato del lavoro della Cgil -. Ma se si guarda all’ultima legge di Bilancio e alla bozza del Piano nazionale ripresa e resilienza, non si trovano risorse per il lavoro buono e di qualità, strettamente finalizzate a determinare nuova occupazione. Quello che dobbiamo provare a chiedere è che venga declinato in modo puntuale quali e quanti saranno i nuovi posti di lavoro”.   

La politica attiva che ha in mente la Cgil parte da un assunto: va fatto valere il diritto soggettivo all’apprendimento permanente e alla formazione, che deve diventare concretamente esigibile per legge, regolato attraverso la contrattazione nazionale nella definizione dei principi, poi essere calata a livello regionale o aziendale. “Se non sono occupato per esempio, il centro per l’impiego di mi deve pendere in carico e garantire percorsi di riqualificazione e di aggiornamento obbligatori – prosegue Barachetti -. Se sono un’azienda sana, devo poter dare corso a una riduzione dell’orario di lavoro da spendere per fare formazione e aggiornamento per i miei dipendenti: le ore in meno di attività me le deve pagare lo Stato, all’impresa resta il costo delle aule e del docente. Si tratta di uno strumento importante, strategico”.

Lo stesso potrà essere fatto in un’impresa in difficoltà, che coglie l’opportunità della crisi per provare a rilanciarsi o per costruire percorsi di riqualificazione: qui il lavoratore in cassa integrazione potrebbe anche essere inserito in un’altra realtà produttiva. Naturalmente la formazione dovrà essere coerente con la politica del sistema dell’istruzione italiana, garantire l’innalzamento dei livelli di istruzione. Insomma, la chiave è costruire incastri virtuosi fra ammortizzatori, formazione, redistribuzione e riduzione dell'orario di lavoro. In una fase di grande trasformazione e riconversione del sistema produttivo è necessario che si apra su questi temi un confronto con le parti sociali.

Le opportunità ci sono, nel decreto Rilancio e nella legge di Bilancio. E poi nel Fondo nazionale competenze, che giudichiamo positivamente – sostiene Barachetti -. Mancano però i decreti applicativi. Su questa partita lo Stato se la deve giocare con le Regioni”. Seguendo però delle priorità. Il sistema ha bisogno di un governo pubblico nazionale, che sia unico e unitario, in modo da dare le stesse opportunità a tutti i territori, da Trapani a Gorizia passando per Roma. “Va poi attuato il piano di rafforzamento dei centri per l’impiego che prevede l’assunzione di 11.600 operatori – fa notare il responsabile del mercato del lavoro della Cgil -. Su questo siamo in ritardo, sulle procedure concorsuali siamo fermi a 2.500 e bisogna dare un’accelerata”. Copiando dai tedeschi la Cgil ha chiesto che i centri per l’impiego siano organizzati come una struttura di vera prossimità, vicini alla persona che non deve fare troppi chilometri per andarci, e vicini al territorio, alle aziende, ai bisogni. Quindi dovrebbero passare da 600 a tremila: per partire ci sono i due miliardi e mezzo di euro già stanziati, poi l’operazione sarà sostenuta con la fiscalità generale. Inoltre, centri per l’impiego e agenzie per il lavoro devono cooperare, ci vuole essere collaborazione tra pubblico e privato.

“In questa partita c’è anche quella dei navigator, che stanno vivendo una condizione molto precaria – conclude Barachetti -, hanno avuto grosse difficoltà a svolgere il ruolo tecnico che gli era stato assegnato, vanno confermati per almeno un altro anno per capire come possono essere parte del sistema concorsuale per assumerli in modo definitivo”.