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Mantova

Corneliani, crisi a una svolta

Patrizia Pallara
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Buone notizie per la casa di moda mantovana: mentre al Mise arriva la prima offerta di acquisto di un investitore, il consiglio di amministrazione voterà sì alla richiesta di proroga di 90 giorni per presentare il concordato. Ma lo stato di agitazione resta

Dopo gli scioperi e le mobilitazioni, due buone notizie per i lavoratori e le lavoratrici di Corneliani: la decisione dell’azienda di chiedere al tribunale la proroga alla scadenza del concordato, fissata al 15 gennaio, e una concreta offerta di acquisto da parte di un soggetto finanziario depositata presso il ministero dello Sviluppo economico, oltre alla presenza di un secondo interessamento sul piatto. La crisi della maison mantovana sembra essere a un punto di svolta. Le pressioni di operai e impiegati, i presidi davanti ai cancelli e le richieste dei sindacati Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil hanno riaperto la strada e sbloccato una situazione in stallo. Le rassicurazioni sono arrivate dall’amministratore delegato Giorgio Brandazza durante un incontro chiesto dalle Rsu: il consiglio di amministrazione voterà la proposta di proroga di 90 giorni, tre mesi di ossigeno per trovare una soluzione.

La mobilitazione e lo stato di agitazione però restano: “Finché la proroga non sarà approvata dal Cda nella giornata del 6 gennaio, manterremo lo stato di agitazione aperto – spiegano Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil in una nota congiunta - ma con mobilitazioni sospese nelle ore in cui gli ipotetici nuovi investitori avranno bisogno per approfondire, e auspichiamo concretizzare, il loro manifestato interesse”. La paura è che si riproponga lo stesso scenario di questa estate: “La strada è ancora lunga, tortuosa e piena di variabili – proseguono i sindacati - ma quelle di oggi sono notizie che fanno riprendere la strada della speranza e per aprire la possibilità di concretizzare un ventaglio di soluzioni fino a poco tempo fa insperato da parte di tutti”.

A cinque mesi dal rientro in fabbrica, avvenuto dopo 50 giorni di lotte davanti ai cancelli, e dalla ripartenza della produzione, fondamentale per una fabbrica di moda che deve stare al passo con le stagioni, durante le feste natalizie le lavoratrici della Corneliani si sono ritrovate a brindare al nuovo anno in presidio al freddo e sotto la pioggia battente, per chiedere alla proprietà di tenere fede agli impegni presi, fare chiarezza e aprire un tavolo al ministero dello Sviluppo economico a carte scoperte. Il primo gennaio erano anche arrivati gli auguri in video chiamata del segretario generale della Cgil Maurizio Landini, che si è impegnato ad “agire anche nei confronti del ministero dello Sviluppo economico perché siano rispettati tutti gli impegni che sono stati presi, fino ad arrivare a definire un vero assetto proprietario e un piano industriale che valorizzi quello che voi sapete fare e avete dimostrato di saper fare”.

Dopo la chiusura il 23 giugno scorso, e la presentazione del concordato in bianco da parte della proprietà, per una crisi di liquidità che secondo i manager era dovuta anche al lockdown, operai e impegnati non si erano dati per vinti. Scioperi e presidi davanti ai cancelli, per salvare un’azienda specializzata in produzione tessile di lusso, simbolo del made in Italy. Dopo quasi due mesi di mobilitazioni e iniziative, l’impegno sottoscritto a luglio dal ministero dello Sviluppo economico per un finanziamento completamente pubblico non inferiore ai dieci milioni di euro, provenienti dal fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali istituito dall’articolo 43 del decreto “Rilancio Italia”, a fronte della promessa da parte dei soci a versare nuovo capitale di rischio. Quindi in estate la riapertura, il riavvio della produzione, ma sul fronte soci, lo stallo e i contrasti, tra il fondo Investcorp del Bahrein che detiene l’86 per cento e la famiglia Corneliani con il 14.  Scontri che hanno portato a cause in tribunale e richiesta di arbitrato con risarcimento danni. Arriviamo così all’oggi, a una fabbrica che lavora, che ha ordini e commesse, ma che nonostante questo rimane in bilico, come le vite dei suoi lavoratori.