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La vertenza

Berco, quando servono le maniere forti

Foto:  Fiom Cgil Ferrara
Roberto Greco
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Dopo sette giorni e 56 ore di sciopero continuativo, la Berco del gruppo Thyssenkrupp è tornata al tavolo negoziale e ha firmato un accordo per il ripristino della contrattazione aziendale che aveva disdetto a fine giugno. Verla (Fiom Cgil Ferrara): "Un risultato straordinario, raggiunto solo grazie alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori". Fra due settimane si aprirà la discussione sul premio di risultato 2020/21 e sul nuovo piano industriale

A volte, servono le maniere forti. E dopo sette giorni filati e 56 ore di sciopero continuativo ti costringono a cambiare idea. È il caso della Berco di Ferrara, azienda centenaria (è nata per l’appunto nel 1920, inizialmente l'attività consisteva nella riparazione di biciclette), leader mondiale nella produzione di sottocarri per macchine per movimentazione terra (per grandi escavazioni, tipo miniere e tunnel stradali), appartenente al gruppo Thyssenkrupp, che improvvisamente, a fine giugno, aveva comunicato ai sindacati la disdetta di tutta la contrattazione di secondo livello.

Un fulmine a ciel sereno per i 1.600 dipendenti e per Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil e Rsu, che avevano presentato in precedenza la loro piattaforma unitaria e si apprestavano a discuterla al tavolo negoziale. “Il 16 settembre scorso, all’atto dell’apertura della trattativa – afferma Giovanni Verla, segretario generale Fiom Cgil Ferrara -, la direzione ha ribadito che la sua posizione di chiusura non sarebbe cambiata e ha deciso di interrompere il negoziato. Allora noi abbiamo risposto avviando una mobilitazione durissima, a partire dal 24 settembre fino a stamattina (3 ottobre), con il blocco totale di ogni attività, dalle linee di produzione al carico e scarico di materiali destinati alla spedizione”.

“Ritenevamo profondamente ingiusta e inaccettabile la posizione aziendale, che avrebbe significato una perdita salariale secca dai 2.000 ai 7.000 euro per ogni lavoratore (con una media di 3-4.000 euro), inclusa la cancellazione dell’indennità di mensa, il cui costo sarebbe passato a carico esclusivo del dipendente. In pratica, al dipendente rimaneva solo la paga base del ccnl e nulla più”, sottolinea l'esponente Fiom.

Insomma, a quel punto, lo sciopero si è reso inevitabile e alla fine si è concluso con una vittoria del sindacato. “La nostra lotta ha pagato, tanto che ieri mattina abbiamo riportato l’azienda al tavolo e siamo riusciti a ripristinare, previo accordo, la contrattazione integrativa. Un risultato straordinario, raggiunto solo grazie alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori”, continua il sindacalista.     

E così, nella serata di venerdì 2 ottobre, è stata raggiunta un’ipotesi di accordo ponte, nell'ambito della trattativa per il rinnovo del contratto aziendale. L’intesa prevede il mantenimento dell'applicazione delle condizioni normative ed economiche previste dal contratto aziendale del 2017 per ulteriori 24 mesi, fino al 30 settembre 2022. Tra le altre, vengono confermate totalmente le previsioni relative a orari di lavoro e turni, maggiorazioni e indennità di turno, trattamento economico della mensa, terzo elemento. A partire dal 20 ottobre, invece, verrà aperta la trattativa per la definizione del nuovo premio di risultato per l'anno 2020/21, con decorrenza dal 1° ottobre. Dal mese di giugno 2021 sarà poi avviata la vertenza per la definizione complessiva del nuovo contratto aziendale. Nelle prossime giornate, si terrà il referendum per il voto sull’ipotesi di accordo raggiunta.

“Oggi siamo solo al primo step di una vertenza che si articola su tre livelli – rileva ancora il leader della Fiom Cgil ferrarese -. Nelle prossime settimane dovremo definire il nuovo premio di risultato e le prospettive del gruppo attraverso un nuovo piano industriale di sviluppo. Negli ultimi dieci anni, a seguito della crisi del 2008, abbiamo assistito allo smantellamento degli impianti obsoleti, risalenti agli anni Sessanta, alla demolizione di edifici abbandonati, accompagnata dal taglio del 50% degli organici, passati da 3.200 alle attuali 1.600 unità, a seguito della chiusura di due dei quattro impianti del gruppo (Imola e Busano Canavese, in provincia di Torino), con il ridimensionamento di quelli esistenti: Copparo, in provincia di Ferrara (da 2.600 a 1.400 unità) e Castelfranco Veneto (da 500 a 200)”.

A tutto questo, però, denuncia il sindacato, non ha fatto seguito ancora nulla. “Non si vedono investimenti, non si vedono progetti di rilancio, nè a breve nè a lungo termine. Di questo, dobbiamo discutere al più presto con il management, soprattutto al fine di dare garanzie circa la tenuta dei livelli occupazionali. Ne va del futuro stesso di un gruppo prestigioso, che occupa una fetta importante di mercato a livello internazionale”, conclude Verla.