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Lavoro

Aziende, una “chiusura totale” con 200mila deroghe

 Foto Simona Caleo
Emanuele Di Nicola
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Questo il numero delle richieste arrivate ai prefetti alla fine del “lockdown”. Il numero maggiore si concentra nelle regioni più colpite dal contagio, il 56% in Lombardia. Fin dall'inizio i sindacati hanno contestato il carattere essenziale di alcune produzioni

Circa 200mila aziende italiane hanno chiesto una deroga per continuare a lavorare nel periodo di “chiusura totale”. All'inizio della Fase 2, fissata per lunedì 4 maggio, è questo il bilancio al termine del periodo di lockdown dovuto all'emergenza sanitaria per l'epidemia di Covid-19. A diffondere i dati è stato lo stesso Viminale. Dopo lo scoppio del Coronavirus, come noto, l'esecutivo aveva concesso alle imprese la possibilità di proseguire, attraverso una richiesta di deroga al decreto del 25 marzo, da presentare ai prefetti delle province che sono stati chiamati ad esaminare le domande.

Nel particolare, secondo le cifre ufficiali, sono state 192.443 le imprese che hanno inviato ai prefetti la richiesta di apertura, allegando l'autocertificazione che sostiene l'essenzialità della produzione. Si conferma la tendenza emersa fin dai primi giorni: le maggiori domani sono state presentate proprio nelle regioni più colpite dal contagio. Emerge infatti che il 55,8% delle richieste è arrivato da Lombardia (23%), Veneto e Emilia Romagna (16,4%), ovvero le zone più coinvolte. L'area della Lombardia da sola costituisce circa un quarto delle richieste totali. Le verifiche condotte fino al 24 aprile hanno riguardato 116.237 comunicazioni, portando all'adozione di 2.631 provvedimenti di sospensione, pari al 2,3% del totale.

Nell'Italia centrale le maggiori richieste sono arrivate da Toscana (7,9%) e Lazio (4,5%), mentre nelle regioni meridionali al primo posto c'è la Puglia (3,7%) seguita dalla Campania (2%). Per permettere la rapida ripresa delle attività economico-produttive, ha sottolineato il ministero dell'Interno, è stata prevista una procedura semplificata “che fa affidamento sul senso di responsabilità dei singoli imprenditori”.

Il risultato? A restare nei luoghi di lavoro sono stati moltissimi operai metalmeccanici, il settore più interessato dalle deroghe, ma si è trattata di una tendenza trasversale che ha investito tanti settori del mondo del lavoro. Sul carattere insostituibile di alcune produzioni, molte critiche sono arrivate dalle organizzazioni di categoria: per esempio, restando tra i meccanici, i sindacati hanno chiesto di riflettere sull'essenzialità di produrre elicotteri o gomme per le automobili, a magazzini pieni, nel periodo di fermo totale dove la mobilità è stata molto ridotta.

Da parte loro, Cgil, Cisl e Uil sono intervenuti più volte nell'arco degli ultimi due mesi, invitando proprio gli imprenditori a “non fare i furbi”: hanno ribadito ripetutamente la richiesta di limitarsi alle attività davvero essenziali. Inoltre, in molte regioni italiane, le sigle hanno offerto il loro aiuto alle prefetture nel vaglio delle domande: obiettivo stabilire, anche attraverso la presenza sindacale nei luoghi di lavoro, dove fosse effettivamente presente il principio di essenzialità della produzione, provando ad evitare forzature da parte delle imprese.