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Poliziotto, una professione «senza limiti»

Poliziotto, una professione «senza limiti»
Foto: Marco Merlini
Daniele Tissone
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I cittadini si aspettano tantissimo dagli agenti che però nella realtà operano in situazioni spesso di difficile gestione. Comprendere queste difficoltà può aiutare a trovare le misure per i necessari interventi

Nel 1909 Vollmer, primo Capo della Polizia di Berkley, scriveva questa frase divenuta nel tempo famosa: “Il cittadino si aspetta che il poliziotto abbia la saggezza di Re Salomone, il coraggio di Davide, la forza di Sansone, la pazienza di Giobbe, l’autorità di Mosè, la fede di Daniele, la diplomazia di Lincoln, la tolleranza di Giuseppe di Nazareth e anche una conoscenza, approfondita, delle scienze biologiche e sociali.”

Linguaggio biblico a parte direi che dopo oltre un secolo le cose sono cambiate assai poco perché al lavoratore in divisa si chiede, ancora, questo e altro, quasi pretendendo che si possano avere capacità fuori dal comune che riguardano, praticamente, ogni virtù dello scibile umano.

Di certo il mestiere del poliziotto è unico, racchiudendo esposizione al pericolo, rapporto di autorità con l’interlocutore nonché preoccupazione dell’efficacia della propria attività. Una mission estremamente difficile, quella di chi veste una divisa, perché, oltre ai pericoli per così dire scontati o connaturati con tale professione, egli deve altresì affrontare incognite e imprevisti che spesso risiedono all’interno della natura di ogni singolo evento di servizio che ha spesso variabili differenti che nessun manuale potrebbe mai racchiudere. Stesso dicasi per situazioni e scenari inediti come il terrorismo endogeno o quello internazionale, le nuove forme di criminalità organizzata o, ancora, le attività di servizio a contrasto della pandemia da Covid 19.

Scenari mutevoli, continui imprevisti che spesso risentono degli stati d’animo e delle difficoltà della diversa situazione a cui attengono, aspetti che ci devono far interrogare se un operatore possa, sempre e comunque, riuscire a gestire il proprio stress compreso quello altrui.

Perché, non dimentichiamolo, quella del poliziotto è una professione sociale e di aiuto che interviene prestando il primo soccorso durante calamità naturali, disastri e tragedie di ogni genere, tutti compiti difficoltosi e, spesso, anche contraddittori o al limite del paradosso, uno tra tutti: quando si deve salvare una vita oppure toglierla.

Spesso il poliziotto ha altresì funzione di surroga in ragione delle assenze da parte di altri servizi o strutture che avrebbero invece il compito di presidiare e affrontare determinate situazioni. Il pensiero va ai temi riguardanti i flussi migratori, alle proteste per la casa come agli sgomberi di edifici; questioni di carattere sociale a cui si danno risposte in termini emergenziali e di ordine pubblico anziché attraverso modalità afferenti al sociale.

Il poliziotto è anche una persona con i suoi problemi familiari e sociali che risente della difficoltà di condividere le forti emozioni vissute sul servizio associate ai particolari orari di lavoro, causa non infrequente dei disturbi del sonno. Solo di recente, dietro forti pressioni sindacali e anche a causa dei molteplici fenomeni suicidari tra le divise, ci si orientata a fornire programmi di aiuto psicologico che mettano in atto ogni possibile politica preventiva e terapeutica finalizzata a sostenere il personale nel proprio lavoro riducendone i rischi.

Il poliziotto è una persona arruolatasi sana, - che a seguito di decine e decine di interventi o situazioni borderline -, può aver subito conseguenze negative di carattere emozionale, clinico, comportamentale, cognitivo o organizzativo. Se si interviene per tempo si possono ridurre malattie cardiovascolari, eventi cardiaci e stress psicofisico perché è nella prevenzione che risiedono gli antidoti posti alla riduzione del rischio da stress lavoro correlato.

Il rischio è anche endogeno perché riguarda i cosiddetti modelli organizzativi interni, gli ambienti poco salubri, l’eccessiva produzione di burocrazia, l’inadeguato sistema di ricompensa, l’equipaggiamento carente, i frequenti cambi di turnazione o le poche opportunità di carriera, e cito solamente alcuni dei fattori fonte di stress.

Situazioni che si sommano ai pericoli inerenti al lavoro che sono, per citarne alcuni,  il coinvolgimento in una sparatoria, il rischio di aggressione, i casi di vittime di violenza o abuso, il contatto con le miserie umane, gli incidenti nei quali si è intervenuti nonché le ostilità di cittadini e organi di stampa.

In Francia uno studio sulla popolazione in divisa d’oltralpe ha evidenziato i seguenti tre fattori di stress aventi maggiore pericolosità tra gli operatori: gli orari e i turni di lavoro, l’assenza di valorizzazione interna, compresa l’immagine negativa verso l’esterno, e la routine (rapporti interni, impiego eventuale dell’arma, il contatto con la violenza, la sofferenza delle vittime, la paura legata al pericolo...).

Come dice l’ispettore Galasso “la paura è la cosa più umana, più normale che c’è, ed è grazie a lei se siamo ancora vivi. Pensa a quante operazioni importanti hai concluso senza avere paura! Beh, te lo dico io: nessuna”.

Inoltre, un poliziotto, carabiniere o finanziere italiano ha oggi un’età anagrafica media di circa 54 anni, la più alta d’Europa e di sempre dalla costituzione del nostro Paese. Le normali caratteristiche connesse all’invecchiamento naturale del personale sono di fatto altamente  stressanti e mettono certamente ancor più a dura prova una professione, quella del poliziotto,  già stressante per definizione.

Tutto questo per concludere che è solo attraverso una reale comprensione di questa difficile professione che si possono comprendere i molteplici problemi, peraltro non del tutto evidenziati in questo articolo, di chi svolge questo faticoso lavoro. Per risolverli, oltre ad una maggiore consapevolezza anche dall’interno, bisognerà continuare nel modificare strutture interne, evidenziare i criteri che conducano a buone prestazioni di lavoro, intervenire su chi occupa posizioni di responsabilità su formazione, informazione e prevenzione, modificando, in base allo stress, attrezzature e strutture degli uffici, intervenire sui modelli di responsabilità individuale, chiarire una volta per tutte compiti e responsabilità, garantire un reale sostegno da parte di superiori e colleghi di lavoro fino ad eventualmente riorganizzare procedure di selezione, formazione e promozione, compresi gli apporti da fornire alle persone stressate.

Una lunga opera, sopratutto sindacale, che aumentando la resilienza superi le situazioni di stress e di burnout, coniugando rispetto degli obiettivi umani generali e valori con le priorità delle amministrazioni affinché si forgino oggi e per il futuro lavoratori che, vestendo una divisa, siano in grado di continuare a servire, in meglio e in piena salute, la nostra società e i nostri concittadini.

(Daniele Tissone è segretario generale del Silp Cgil)