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Solamente a Milano sei senza dimora sono morti in un mese, gli ultimi due nel giro di 48 ore. Ogni anno, con l’arrivo del freddo intenso, si ripetono sempre le stesse strazianti storie di persone che vivono e dormono per strada, magari in condizioni di salute precarie, e che non reggono al gelo notturno. Nel 2025 sono morte 414 persone, secondo i dati della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, che parla di “strage invisibile”.
Sono morti che cadono nella trascuratezza di tutti noi, sono coloro che potremmo definire gli ultimi degli ultimi e dei quali si prendono cura, il più delle volte, i volontari del mondo dell’associazionismo, benché non manchino esempi di istituzioni comunali che tentano di pianificare misure per la riduzione di un problema che non riguarda solamente Milano, dove per altro esiste un “piano freddo”, ma anche altre grandi città.
La testimonianza
Proprio per capire la misura del fenomeno e comprendere quali politiche mettere in campo, si è svolto in 14 città italiane il censimento dei senza dimora promosso da Istat e Caritas. Cecilia Casula, segretaria nazionale Filt Cgil, ha partecipato come volontaria al censimento che si è svolto a Roma nelle notti del 26, con la conta delle persone, e il 28 e 29 gennaio con le interviste, e ci racconta la sua esperienza.
“Con nostra sorpresa abbiamo riscontrato una grande disponibilità, almeno nel caso della mia squadra”, ci dice: “Non c'è stata alcuna resistenza anche a essere approcciati e a rispondere alle domande, anzi ci hanno restituito proprio il desiderio di essere visti, di essere considerati. Le condizioni di queste persone sono sicuramente precarie".
Vite che potrebbero essere le nostre
L’immaginario diffuso sui clochard non sempre corrisponde alla realtà. A dormire per le strade ci sono anche persone che prima avevano un lavoro, una famiglia, una casa e che le circostanze della vita, quelle che non sempre sono attribuibili alla responsabilità individuale, hanno proiettato in un mondo che non era il loro e nel quale forse mai avrebbero pensato di trovarsi.
Uno degli intervistati “da qualche tempo lavora come badante alcune ore al giorno, ma non può permettersi un’abitazione”, prosegue Casula: “Sino a qualche tempo fa viveva in un'automobile, ora dorme all’addiaccio. Da quello che ci ha fatto capire la vicinanza a una struttura commerciale gli permette di usare i bagni per lavarsi”.
Un altro vive per strada perché ha perso il lavoro: “Faceva lo stalliere e lo faceva anche con molta passione. Ha una moglie e una figlia che vivono nel Paese d’origine. Sempre da quello che ci ha riferito usufruisce dei servizi della Caritas o di altre strutture che gli permettono di curare l’igiene personale”.
Sembra un’eresia affermarlo, ma sono situazioni addirittura migliori rispetto a chi, come capita spesso di vedere nelle nostre città, si deve lavare alle fontanelle, o lava i propri indumenti, magari in pieno inverno e spogliandosi al gelo. Alcuni riferiscono di sentirsi seguiti dalle associazioni di volontariato, ma poi la notte dormono per strada, sotto i porticati o dove possono trovare un minimo di riparo.
Casula ci dà anche un’altra notizia non proprio scontata: tra i volontari ci sono anche persone che vengono da un passato molto disagiato, magari simile ma non identico a quello dei senza dimora: “Sono persone che hanno fatto tesoro della propria esperienza di vita e ora si dedicano alla cura di chi, a differenza di loro, non ha avuto la fortuna del riscatto. E l’approccio che hanno con i senza dimora è quello migliore”. Una dimostrazione che, se ci fosse un reale sistema di aiuti, alcune persone che vivono lungo i nostri marciapiedi potrebbero tornare ad avere una vita dignitosa.
Infine, Casula sottolinea il valore dell’iniziativa del censimento, che ha visto coinvolto il mondo dell’associazionismo e che non solo potrà fornire numeri utili per affrontare il fenomeno, ma che ha visto un grande impegno da parte delle associazioni, dei volontari, dei cittadini che hanno scelto di dedicarsi agli altri: “I ragazzi e le ragazze che ci hanno fatto formazione si sono messi veramente a totale disposizione. È stata un’esperienza rivolta alle persone che vivono nel disagio, fatta di incontri che hanno arricchito e sollecitato la nostra umanità”.






















