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Tra pochi giorni saremo chiamati a votare al referendum. Come Arci abbiamo scelto di sostenere con convinzione le ragioni del NO sin dal principio, e lo facciamo con uno spirito che non è di contrapposizione pregiudiziale ma di difesa della qualità della nostra democrazia. Che è sotto attacco da tempo.
Sappiamo bene che un referendum costituzionale non è mai una consultazione come le altre. Non riguarda l’alternanza tra maggioranze politiche, ma le regole del gioco che tengono insieme la nostra comunità nazionale. Per questo pensiamo che le modifiche proposte non migliorino l’equilibrio democratico del Paese. Al contrario, rischiano di accentuare la concentrazione del potere e di indebolire quei contrappesi che la Costituzione repubblicana ha costruito proprio per evitare derive personalistiche. Non sta scritto da alcuna parte nella legge è vero ma, non solo non è mai stato smentito dall’attuale maggioranza, ma i richiami a tale proposito sono ormai pane quotidiano di tutta la classe politica del centro destra.
La nostra Costituzione nasce dall’esperienza della Resistenza e dall’incontro tra culture politiche diverse che hanno scelto di fondare la Repubblica sulla partecipazione, sull’equilibrio tra i poteri e sulla centralità del Parlamento. Intervenire su questo impianto richiede prudenza e soprattutto un largo consenso sociale e politico, che oggi non c’è, mi pare evidente.
In più, aspetto non da poco, non ci si fida di una compagine di governo e della sua maggioranza che nell’ordine ha provato ad innescare un processo medievale di riscrittura del concetto di solidarietà nazionale con l’autonomia differenziata, ha buttato li una proposta di premierato secco completamente alternativa al sistema attuale, ha messo in campo una riforma della giustizia con la proposta di riscrivere ben sette articoli della Costituzione, provando a non dichiararlo fino a nemmeno un mese fa, e costringendo la Corte di Cassazione ad intervenire. E, dulcis in fundo, proponendo, durante la campagna referendaria, una proposta di legge elettorale con un premio di maggioranza che definirlo truffa non rende.
Per questo il giudizio su questo referendum non può prescindere dal contesto politico nel quale questa riforma della giustizia è maturata. Si può dire che in questi anni abbiamo assistito a una linea di condotta del governo segnata da un progressivo irrigidimento dei rapporti con i corpi intermedi, da una crescente tendenza alla personalizzazione del potere e da una visione delle istituzioni che tende a ridurre gli spazi di mediazione democratica?
Possiamo affermare che è dentro questo quadro che si colloca la riforma oggi sottoposta a referendum, e non tenerne conto significherebbe valutare il testo come se fosse neutro rispetto alla stagione politica che lo ha prodotto?
Chi è quel folle che può far finta di nulla di fronte a tutto ciò e di fronte al fatto che, solo per fare un esempio, la “famiglia del bosco” è diventata lo scudo della presidente del consiglio per attaccare i magistrati, quando il decreto “Caivano” è frutto del suo sacco e grazie a lei prevede il carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola?
E dunque, a chi accusa a vanvera e anche con poco successo, rispondiamo che è proprio in momenti come questi che diventa decisivo difendere con più forza gli equilibri democratici costruiti nel dopoguerra e che, fino a prova contraria, non hanno fallito mentre tutto il resto sì. Indebolire i contrappesi istituzionali o accentrare ulteriormente il potere non è la risposta alla crisi delle democrazie: rischia semmai di alimentarla all’infinito perché la storia insegna che il fondo è senza fine.
Per questo il referendum non riguarda “solo” la separazione delle carriere, una modifica istituzionale, ma interroga la qualità della nostra vita democratica. E interroga anche la partecipazione. In questi anni abbiamo assistito a una crescente disaffezione verso il voto e verso la politica. Vogliamo dirci che forse una delle cause è questa idea sempre più insopportabile di trattare i cittadini come dei poveri cretini che non capiscono o si bevono i post del ministro dei trasporti sui social? L’astensione cresce e con essa il rischio che la democrazia diventi sempre più fragile.
Anche per questo è importante andare a votare e noi lo faremo. Difendere la qualità della nostra democrazia, partecipare al voto, costruire mobilitazioni civili e sociali – come quelle che porteranno tante realtà in piazza il 28 marzo per affermare un’idea di democrazia fondata sui diritti e sulla pace – sono tutte tessere di uno stesso mosaico.
Per queste ragioni il nostro invito è chiaro: partecipare e votare NO. Non per conservare l’esistente, ma per difendere le basi democratiche della Repubblica e aprire una stagione di riforme davvero condivise.
Walter Massa, presidente Arci
Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No




























