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Il referendum sulla legge Nordio si terrà il 22 e 23 marzo, è quanto deciso dal Consiglio dei Ministri di oggi.
Già nelle modalità di convocazione vi è celato l’obiettivo non solo della riforma ma anche l’idea di governo e di potere di Meloni e dei suoi. Si fissa la data delle urne senza aspettare l’esito della raccolta delle firme promosso da 15 cittadini che si concluderà il 30 gennaio e, ovviamente, questa sì prevista dalla legge. Arroganza, sprezzo delle regole che vengono piegate all’interesse e al volere di chi pro tempore – è bene ricordare – siede a Palazzo Chigi.
La risposta, allora, è quella di continuare a firmare, lo ricordiamo c’è tempo fino al 30 gennaio. Questo il link alla piattaforma di raccolta firme per la promozione del referendum oppositivo alla riforma costituzionale della magistratura:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034
L’equilibrio dei poteri
Questo è il nocciolo della questione. Con la Riforma Nordio sulla quale saremo chiamati ad esprimerci appunto il 22 e 23 marzo, si vuole affermare che i tre poteri previsti 80 anni fa dalla nostra Costituzione – esecutivo, legislativo e giudiziario – non sono più pari, autonomi, indipendenti e in equilibrio in un gioco di pesi e contrappesi raffinato indicato da madri e padri costituenti. Nel volere della destra centro al governo, il potere esecutivo deve essere “più potente” degli altri, il legislativo via via svuotato, il giudiziario posto sotto schiaffo del governo affinché il manovratore non venga disturbato. Davvero una strana, bislacca e pericolosa idea di democrazia.
Il potere dell’essere informati e scegliere
Perché questa accelerazione? È presto detto: preoccupa il fatto che più tempo avranno i sostenitori del No per informare elettori ed elettrici, più il Sì si indebolisce. Da un lato, dunque, dimostrazione di insicurezza, dall’altro ancora una volta una malata idea di democrazia secondo la quale ci si dovrebbe piegare al potere del capo o della capa senza informarsi, senza capire.
E invece No, informarsi, capire e scegliere sono fondamentali per uno stato democratico costituito da cittadini e cittadine sovrani e non da sudditi.
Il contenuto della riforma Nordio
La separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicante esiste già, meno dell’1% cambia carriere ogni anno, quel che invece si vuol ottenere è indebolire la magistratura in quanto tale, dividendo in due più uno il Csm, organismo di rango costituzionale che i e le costituenti pensarono a garanzia dell’indipendenza e dall’autonomia della magistratura. Al Csm sono affidati i quattro “chiodi”, promozioni, nomine, trasferimenti e disciplina che fissano l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, mettendola al riparo dall'ingerenza di ogni futuro ministro di grazia e giustizia. Ai due Csm, poi si aggiungerebbe un’Alta corte a cui affidare il potere disciplinare. Per di più i Pm e i giudici che andrebbero a comporre gli organismi non sarebbero più eletti ma nominati per sorteggio. Tutto questo, si dice, per sconfiggere il correntismo. Non è affatto vero, il correntismo può essere un male, le correnti – invece – sono preziosi baluardi di pluralismo e di confronto che andrebbero preservate e valorizzate.
Cosa cambia per cittadini e cittadine
Per cittadine e cittadini non cambia nulla. Assolutamente nulla dal punto di vista del funzionamento della giustizia, i processi non saranno più rapidi perché non si assumerà personale, non si efficenteranno le dotazioni informatiche mentre a rischio sono ben 12mila precari della giustizia che hanno fatto funzionare i tribunali in questi anni. Molto cambierà, invece, dal punto di vista dell’esigibilità di una giustizia uguale per tutti. I Pm non dovranno più cercare la verità e quindi anche le prove a discarico dell’imputato, ma diventeranno una sorta di “avvocati della polizia” squilibrando così non poco l’equilibrio processuale. Non solo, ma pubblici ministeri sotto scacco dell’esecutivo saranno più in difficoltà nel garantire i diritti dei più fragili. D’altra parte, sono stati gli stessi Nordio e Meloni ad affermare più volte che grazie alla riforma “finalmente” i giudici dovranno smetterla di intralciare il lavoro del governo. Dimenticando che per Costituzione i giudici devono applicare le leggi e che di fronte alla Legge tutti i cittadini e le cittadine sono uguali, politici e governanti compresi. Almeno oggi.
Il disegno è più ampio
Meloni e i suoi sono eredi di chi la Costituzione non l’ha scritta e non l’ha votata perché sconfitti dalla Resistenza e dalla storia. Ma non si sono rassegnati, la Carta che quest’anno compie 80 anni è troppo impregnata di cultura antifascista e di cultura democratica. Per loro occorre smontarla dalle fondamenta e colpire l’equilibrio tra poteri è il primo colpo a cui poi – nel loro disegno – dovrebbe seguire il presidenzialismo per trasformare la Repubblica italiana in una nazionale dal potere verticistico e autoritario.
Votare No il 22 e 23 marzo, dunque, per salvaguardare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, per difendere la Costituzione antifascista.



























