La premier Meloni maneggia la parola patriota come un brand, la espone, la consuma, la rende innocua. Un’etichetta buona per ogni stagione, perfetta per levigare il passato e alleggerire il presente. Ma appena la si sottrae alla propaganda, quella parola cambia peso. In Italia il patriota ha un volto preciso, ha una storia concreta, ha un nome che ancora disturba: partigiano. Quello vero, irregolare, che ha scelto la libertà quando la patria era sotto sequestro. Il patriota italiano nasce da una disobbedienza, da una rottura, da un gesto che ha rimesso il Paese in piedi.

Il 25 aprile definito divisivo è una formula elegante per scansare la verità. Divide, certo. Divide chi riconosce che la Repubblica nasce dalla sconfitta del fascismo da chi preferisce galleggiare tra le versioni. Questo governo pratica proprio quell’equilibrismo. Non rivendica, non rinnega, scivola. Invoca sobrietà e intanto scolora il significato di quella data, la trasforma in un rito senza attrito, un passaggio istituzionale da archiviare senza conseguenze. Una memoria addomesticata serve a tutti, soprattutto a chi ha fretta di archiviare.

Intanto il clima cambia. L’onda nera circola con disinvoltura, attraversa linguaggi, simboli, comportamenti. Si nutre di ambiguità, cresce nei vuoti, si rafforza ogni volta che si accetta l’idea che tutte le memorie possano convivere sullo stesso piano. Dai palazzi alle periferie il filo si tende, si riconosce, si organizza. Il neofascismo non ha bisogno di dichiarazioni solenni, vive nella normalizzazione quotidiana, nel lessico che scivola, nella soglia dell’indicibile che si abbassa.

Gli insulti ai partigiani, le scritte, le provocazioni sono segnali politici, non folklore. Raccontano un clima che autorizza e legittima. Quando la radice antifascista della Repubblica diventa materia opinabile, lo spazio si apre. E quello spazio viene occupato da una regressione brutale, diretta, senza mediazioni. Il linguaggio si accorcia, la memoria si piega, il conflitto si svuota.

Il partigiano resta il patriota perché ha costruito le condizioni della democrazia. Ha legato libertà e lavoro, diritti e partecipazione, dignità e giustizia sociale. Ha dato sostanza alla parola patria, l’ha resa abitabile. Senza quella scelta radicale, senza quella frattura, oggi resterebbe solo una cornice vuota. Il dibattito, il voto, il dissenso nascono lì, da quella presa di posizione che ha cambiato il corso della storia.

Ridimensionare tutto questo serve a liberare il presente da un vincolo. La Costituzione nata dalla Resistenza pesa, chiede uguaglianza, pretende diritti, impone limiti al potere. Chi governa prova a piegarla con pazienza, a reinterpretarla fino a svuotarla. Un’operazione lenta, continua, fatta di parole smussate e di memoria riscritta.

Il 25 aprile segna una frattura necessaria. Da una parte chi difende una democrazia viva, conflittuale, esigente. Dall’altra chi la riduce a scenografia compatibile con ogni deriva. In mezzo resta poco spazio, solo convenienza e calcolo. Il patriota evocato dal potere è un contenitore flessibile. Il partigiano è una scelta. Porta con sé un’idea precisa di Paese, un confine netto, una responsabilità. Proprio per questo torna centrale, oggi più di ieri.

Il punto non è la forma della celebrazione. Il punto è la sostanza della scelta. Se patriota significa ancora qualcosa, coincide con quella storia, con quel conflitto, con quella presa di posizione. Il 25 aprile chiede schieramento, chiede verità, chiede coraggio. Il patriota, in Italia, resta partigiano. Tutto il resto scivola nella solita stucchevole propaganda.