Ibrahim Diabate ha origini ivoriane, è in Italia dal 2008. Ha vissuto nel ghetto di Taurianova, in Calabria, che ospita i braccianti immigrati, raccoglieva mandarini e arance. È stato anche nelle campagne piemontesi di Saluzzo, per due anni ha dormito nel vagone di un treno abbandonato, la notte pativa il freddo. Adesso è responsabile del progetto Dambe So, in lingua bambarà “casa della dignità”: un ostello sociale, un polo ricettivo e di economia solidale e circolare.

Il suo è un atto di accusa: “La condizione di vita dei lavoratori migranti in Italia è una vergogna. Queste sono persone, sono lavoratori, non sono animali. Sono gli stessi che vanno a raccogliere i mandarini, i pomodori, le patate. Sono trattati senza dignità, non hanno alcun tipo di dignità perché non hanno diritto di voto. Dormono fuori, fanno tutto fuori”.

Diabate ricorda di aver “vissuto in un ghetto, non c’era niente di niente, andavamo nel bosco a fare i bisogni e la mattina venivano a prenderci i datori di lavoro per portarci nei campi a raccogliere i mandarini. Oggi, nel ventunesimo secolo, i lavoratori dormono ancora all’aperto, nel giardino, a Saluzzo, in un Paese civile dove si parla ogni giorno di rispetto dei diritti umani”.

Diabate sottolinea che è il bisogno a spingere un migrante ad accattare quelle condizioni, la necessità di lavorare per mandare i soldi a casa. “Gli italiani non sono trattati così – conclude –, anche se non lavorano hanno il diritto alla casa, mentre noi immigrati, soprattutto subsahariani, siamo costretti a vivere così. Noi non veniamo in Italia o in Europa perché ci piace, ma siamo stati costretti a lasciare il nostro Paese perché ci sono guerre che non sono nostre. La gente vuole vivere in pace, avere una vita serena, per questo affronta i pericoli per andare a vivere dove può”.