Davanti a un ospedale, a Salerno, hanno lasciato un uomo di circa trentasei anni come si lascia un sacco fradicio sul ciglio del magazzino. Origine indiana, documenti assenti, identità sfocata, gambe in cancrena, fegato devastato, vita appesa a un filo già sfilacciato. I media, sempre atletici sulle risse da talk show, qui hanno scelto la pennichella.

La scena racconta più di una cartella clinica. Una cancrena simile chiede settimane, forse mesi, di dolore feroce, di febbre inghiottita in silenzio, di carne consumata lontano dagli occhi utili. Sfruttamento e caporalato. Due vocaboli che in Italia campano benissimo, ingrassano, fatturano, votano pure l’ipocrisia.

Questa pare una condanna a morte senza mandanti, formula perfetta per una Repubblica dove il colpevole svanisce appena compare un bracciante, un migrante, un povero. Nessuno sa ancora se quell’uomo lavorasse nei campi o altrove. Magnifico pretesto nazionale. Siccome manca il timbro, allora manca il problema.

Abbandonarlo davanti all’ospedale significa averlo tenuto nascosto fino all’ultimo, averne amministrato il deperimento, aver contato il rischio legale più del battito umano. Il lavoratore invisibile diventa rifiuto speciale, scarto biologico del profitto, avanzo di un’economia che pretende braccia fresche e coscienze refrigerate.

Seguono i soliti accertamenti, i verbi prudenti, le istituzioni che “seguono con attenzione”. Intanto quell’uomo resta senza nome, e questo basta a molti per dormire sereni. Il vero capolavoro, in fondo, sta qui. Un sistema che consuma vite e cancella perfino la traccia, così nessuno deve spiegare, nessuno deve pagare, e tutto può ricominciare identico, domani mattina.