Se non tagli ti punisco. O meglio, ti commissario. È questa la ratio estrema dell’intervento del governo che nei giorni scorsi ha adottato il provvedimento contro quattro Regioni – Umbria, Toscana, Emilia Romagna e Sardegna – ree di non aver proceduto col dimensionamento scolastico. Per la Flc Cgil si tratta di “un atto gravissimo che colpisce la scuola pubblica e calpesta il ruolo delle autonomie territoriali”.

Va ricordato che il dimensionamento - per il quale viene evocato in maniera strumentale il calo demografico e il Pnrr – ha già comportato la soppressione di 700 istituzioni scolastiche con la perdita di circa 1.400 posti tra dirigenti scolastici e Dsga, ricadute pesanti sugli organici del personale Ata e docente e un peggioramento complessivo della qualità dell’offerta formativa delle scuole. Secondo una proiezione della Flc al 2031-32, se il dimensionamento non verrà fermato, sul territorio nazionale i tagli produrranno il passaggio da 8.136 a 6.885 istituti.

Tutto è iniziato nel 2023

Ma facciamo un passo indietro. È stata la legge di bilancio del 2023 ad aver definito nuove norme per il dimensionamento della rete scolastica: vale a dire i parametri minimi per cui una scuola dell’autonomia può continuare a esistere. Questi nuovi parametri, a partire dall’anno scolastico 2024-25, dovevano essere definiti in un decreto dei ministeri dell’Istruzione e del merito e dell’Economia e delle finanze, in accordo con la Conferenza unificata. In caso di mancato raggiungimento di tale accordo – come nei fatti è avvenuto – è toccato ai due ministeri procedere autonomamente.

E così è stato fatto: il parametro minimo è stato così innalzato da 600 a 900-1.000 alunni per istituto, sollevando per questo proteste sindacali ma anche l’opposizione di alcune Regioni che hanno lamentato un’intrusione indebita nella propria autonomia. Proteste che hanno portato con il decreto mille proroghe a una deroga del 2,5%, ma solo per il 2024-25.

Quella del governo, che prevede la nomina di un commissario ad acta, è dunque una decisione grave, così motivata dal ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara: “Si tratta di un provvedimento necessario per assicurare il rispetto degli impegni assunti dall'Italia con l'Unione europea nell'ambito del Pnrr e per garantire il regolare avvio del prossimo anno scolastico”. Secondo il ministro, non facendolo si perderebbero ingenti finanziamenti.

Per la Flc Cgil, invece, “è una scelta che nulla ha a che vedere con il Pnrr, utilizzato strumentalmente per giustificare un programma di tagli che il Piano nazionale di ripresa e resilienza non prevede né impone”.

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Con la la scusa del Pnrr

Per il sindacato della conoscenza della Cgil, infatti, “la decisione di tagliare le autonomie scolastiche è responsabilità di questo governo: il Piano non obbliga ai tagli, ma evidenzia la necessità di intervenire sul dimensionamento scolastico, come pure sul numero degli alunni per classe, al fine di ‘fornire soluzioni concrete ad alcuni problemi che le scuole italiane stanno vivendo con particolare sofferenza’”. Il che ovviamente è proprio un’altra cosa.

Per la Flc Cgil il commissariamento conferma “la volontà del governo di imporre scelte calate dall’alto, escludendo ogni confronto e ignorando deliberatamente le preoccupazioni di Regioni ed enti locali, che hanno denunciato il rischio concreto di un impoverimento del servizio scolastico, soprattutto nei territori più fragili. Siamo di fronte a un attacco diretto al diritto all’istruzione, mascherato da riforma”.

Le ricadute possono essere infatti pesanti. Il governo insiste sul fatto che nessun plesso verrà chiuso ma, come fa notare Gianna Fracassi, segretaria generale della Flc Cgil, “il taglio delle autonomie sta determinando, oltre alla riduzione corrispondente di Ata, Dsga e dirigenti scolastici, la costituzione di mega scuole e il progressivo allontanamento dal territorio, desertificando le aree interne del Paese: già oggi abbiamo istituzioni che insistono su una pluralità abnorme di Comuni, con numeri elevatissimi di studenti e di personale docente. In alcune Regioni il taglio è stato brutale, arrivando al 25-30% delle scuole”.

Il caso Emilia-Romagna

Tra le Regioni colpite c’è l’Emilia-Romagna a cui il governo vuole imporre il taglio di 17 autonomie scolastiche. Una decisione che in una nota unitaria i sindacati della scuola (Flc Cgil, Cisl Scuola, Gilda Unams e Snals Confsal) giudicano “una scelta politica gravissima che colpisce la nostra Regione, la scuola pubblica, l’autonomia scolastica e i territori più fragili, in particolare le aree interne e montane”. L’Emilia-Romagna, rimarcano i sindacati, “è da sempre una regione virtuosa, con i conti in ordine e perfettamente in linea con le disposizioni in materia di dimensionamento” e, inoltre, “a oggi non è noto neppure il numero preciso e ufficiale degli studenti della nostra Regione, nonostante le reiterate richieste: un elemento di grave opacità che contrasta con i principi di trasparenza, ascolto e condivisione”.

Le conseguenze pratiche sono pesantissime: questa scelta porterà alla costituzione di istituti monstre con oltre duemila studenti, spesso molto distanti tra di loro, “con ricadute pesanti sull’organizzazione, sulla didattica e sui processi di apprendimento, e quindi sulla qualità complessiva dell’istruzione”. I sindacati chiederanno dunque un incontro con il commissario ad acta e con il Prefetto: “Vigileremo su ogni decisione che verrà intrapresa e definiremo ogni iniziativa utile a difesa del sistema scolastico pubblico dell’Emilia-Romagna”.

Sardegna, già soppresse 36 scuole

Stessa situazione in Sardegna. Cgil e Flc regionali avevano con forza sostenuto la scelta dell’assessora regionale Portas di non procedere alla chiusura di ulteriori nove autonomie scolastiche dopo le 36 già soppresse. “Ancora una volta il governo nazionale vuol far prevalere la logica del risparmio e dei tagli in un settore, quello dell’istruzione, che, al contrario, come dimostrano i dati nazionali e regionali, uno su tutti la dispersione scolastica che ci vede terzultimi in Italia con il 14,5 per cento, avrebbe bisogno di un'iniezione di risorse, di un’attenzione particolare per migliorare la qualità delle nostre scuole”, si legge in una nota.

La qualità dell’istruzione, attacca il sindacato, “viene messa in secondo piano quando si continua ad accorpare, razionalizzare, sopprimere, secondo logiche e standard che non tengono conto delle caratteristiche dei territori ai quali si vorrebbero applicare”.

Umbria: è mancato il confronto

Dure le proteste anche dei sindacati umbri della scuola. In una nota Moira Rosi (Flc Cgil) Caterina Corsaro Cisl Scuola) e Anna Rita Di Benedetto (Snals) sottolineano anche “il mancato aggiornamento dei dati relativi alla popolazione scolastica. Un riconteggio degli alunni, più volte richiesto e basato su numeri reali e verificabili, avrebbe comportato una riduzione dell’impatto del dimensionamento”.

Procedere con il commissariamento senza tener conto dei numeri reali, “ha significato irrigidire il quadro decisionale e rinunciare a un confronto che avrebbe potuto portare a soluzioni più sostenibili, soprattutto in una regione come l’Umbria, caratterizzata da aree interne e da una significativa dispersione territoriale, con territori tuttora interessati dagli effetti del sisma del 2016”.

Le organizzazioni sindacali sottolineano come “la Regione Umbria ha sempre rispettato i requisiti richiesti, intervenendo ogni volta che le scuole non soddisfacevano i parametri stabiliti dalla legge” e ribadiscono “la necessità di una vera e leale collaborazione tra Stato, Regioni e parti sociali”.

Appello sacrosanto ma difficile per un governo che, in materia di scuola, ha sempre deciso unilateralmente e senza alcun confronto con la comunità educante.