“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Belle parole, quelle dell’art. 27 della Costituzione, a cui si affianca il dettato dell’ordinamento penitenziario che riconosce il diritto alla salute delle persone detenute, come tra l’altro richiesto dall’art. 32 della Carta. La salute in carcere, quindi, è un diritto.

Questo in teoria. Perché in pratica non è così, mai. In primo luogo il tasso di sovraffollamento che è in media del 138 per cento e risulta in crescita, e poi il numero dei suicidi (80 nel 2025), a cui si aggiungono i 161 morti per altre cause, malattia, overdose, molte da accertare, dimostrano che gli istituti penitenziari vivono quotidianamente quella che l’associazione Antigone ha definito “emergenza sanitaria normalizzata”.

Il 34% dei reclami

“La questione della salute rappresenta il 34 per cento dei reclami al Garante nazionale delle persone private della libertà personale – spiega Denise Amerini, responsabile dipendenze e carcere della Cgil -. Il carcere, per le condizioni di vita nelle quali le persone sono costrette, è di per sé patogeno: ambienti insalubri, cibo insufficiente e di scarsa qualità, mancanza di spazi e occasioni per la socialità e l’attività fisica. Il sovraffollamento e la convivenza forzata, in celle piccole, favoriscono l’insorgere di molte malattie, a partire dal disagio mentale prodotto dalla carcerazione. Seguono le malattie da contatto, quelle dovute a scarsa igiene. Un terzo delle persone ha problemi di tossicodipendenza, legati all’abuso di farmaci, sedativi, ipnotici, stabilizzanti dell’umore, per dormire”.

L’assemblea sul carcere

La salute è il tema di una delle tre sessioni dell’assemblea aperta “Clemenza ed umanità nelle carceri italiane” che si terrà il 6 febbraio a Roma, organizzata da una cordata di associazioni ed enti della società civile, tra le quali la Cgil: istituzioni, volontariato, operatori, garanti condividono la necessità di iniziative comuni per superare una situazione che pone il nostro Paese fuori dalle convenzioni internazionali sui diritti delle persone e dal rispetto dei principi costituzionali.

Condizioni materiali e strutturali

“Le condizioni materiali e strutturali delle carceri influiscono sulla salute dei ristretti – spiega Katia Poneti, componente del Garante dei diritti dei detenuti della Toscana e della Società della ragione -. Il sovraffollamento ha come ulteriore conseguenza quella di rendere meno accessibili i servizi: se i detenuti aumentano, gli educatori, come anche gli agenti rimangono sempre gli stessi. Poi c’è una condizione strutturale: la sanità penitenziaria è gestita dai sistemi regionali, una conquista del 2008, che però causa disfunzioni organizzative, nel coordinamento, nell’attuazione, con continui scaricabarile”.

Carenza di personale

Tempi di attesa lunghissimi per visite specialistiche e interventi, carenza di personale sanitario, sociosanitario, educativo e anche di personale di polizia penitenziaria.

“In molte strutture la mancanza di personale e le difficoltà logistiche sono così gravi – precisa Amerini - che nemmeno i detenuti che necessitano di visite urgenti o interventi salvavita possono essere accompagnati in ospedale. Mentre le aziende sanitarie ritardano nell’individuare il personale sanitario dedicato e i livelli minimi di assistenza”.

L’amministrazione penitenziaria e quella sanitaria, due entità autonome che operano nello stesso contesto, spesso non si coordinano, non si parlano e l’una aspetta l’altra quando si tratta di intervenire. Il risultato? Le situazioni e le richieste vengono prese in carico con difficoltà. Inoltre, la mancanza di investimenti che si registra nella sanità fuori dal carcere, c’è anche dentro, anzi è amplificata.

Sanità penitenziaria, dove sei?

“La sanità penitenziaria costituisce oggi uno dei gravi problemi che investono il mondo carcerario – dichiara Amerini -. Il carcere deforma sempre i diritti individuali fondamentali, e tra questi il diritto alla salute, che dovrebbe avere valore preminente, perché la privazione della libertà personale non può comportare anche la privazione di questo diritto. In particolare, è la salute mentale a risultare fortemente compromessa dalle condizioni di vita detentiva, specie in contesti come l’attuale connotati da sovraffollamento. Così il carcere diventa collettore, amplificatore e produttore di forme più o meno gravi di disagio psichico”.

Da una ricerca realizzata dalla Società della Ragione sulla salute mentale a Udine, Prato e nella sezione femminile di Civitavecchia, è emerso che i detenuti non fanno niente, passano tutto il giorno nelle celle senza essere impegnati in alcuna attività.

Farmaci e autolesionismo

“Questo ha un impatto sul loro equilibrio psicofisico – riprende Katia Poneti -. Da qui l’uso multifunzionale dei farmaci: curativo, per controllare e tenere buone le persone, come mezzo di sballo per sopravvivere al contesto, assunti dagli stessi ristretti per dormire e avere una percezione più sfocata della realtà. Altro aspetto emerso, l’autolesionismo diffuso, impiegato dal detenuto come forma di comunicazione dopo che le altre forme usate, la parola e la richiesta di aiuto, non sono andate a buon fine. Poi c’è il rischio suicidario, sul quale le carceri sono impegnate anche in virtù dei piani di prevenzione, che però tengono poco conto del contesto, ovvero del fatto che le persone vengono tenute senza lavoro, senza formazione, senza qualcosa che dia un senso alla loro vita”.

Affettività in carcere

E se la salute, come stabilisce l’Organizzazione mondiale della sanità, non è soltanto assenza di malattia ma una condizione di benessere psicofisico, anche il diritto all’affettività e alla sessualità deve essere riconosciuto proprio in quanto diritto. La recente sentenza 10/2024 della Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario, laddove “non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia”.

“Si tratta di un risultato importante su un tema sul quale molte associazioni e organizzazioni, tra cui la Cgil si battono da tempo per chiedere la piena esigibilità del diritto riconosciuto anche dalla raccomandazione del consiglio d’Europa del 1997 – conclude Amerini -. Le persone ristrette devono scontare le pene decise dai giudici, nel rispetto delle norme, e del dettato costituzionale, che consistono nella privazione della libertà e non essere ulteriormente afflittive, mai lesive in nessun modo della dignità personale. A oggi, però, nonostante la sentenza, anche questo diritto non appare esigibile”.