Vista in televisione la pioggia sporca che è caduta su Teheran dopo gli attacchi a raffinerie e depositi di petrolio non aveva odore. Le enormi nuvole di fumo che hanno avvolto la capitale iraniana dopo i bombardamenti non ci hanno offuscato lo sguardo, a chilometri di distanza.

Gli impatti e i danni che la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta provocando sembrano lontani migliaia di miglia dai nostri divani, eppure ne paghiamo ora e ne pagheremo il prezzo per anni, non solo sotto il profilo umano ma anche ambientale.

Aumento della CO₂

“È presto per fare bilanci e previsioni, ma la guerra, questa come le altre, porta distruzione ambientale – afferma Antonello Pasini, fisico del Cnr -. L’inquinamento atmosferico su Teheran e sulle città del Golfo Persico è evidente, così come anche l’aumento dell’anidride carbonica, sebbene non ci siano ancora studi sull’impatto sul clima del conflitto iraniano e mediorientale. Posso dare un dato però: due anni di guerra in Ucraina hanno prodotto una quantità di CO₂ e altri gas climalteranti equivalente a sei mesi di emissioni dell’Italia”.

Il costo in termini di cambiamenti climatici di una guerra è dato dalla quantità di emissioni di gas serra prodotti direttamente e indirettamente dal conflitto, centinaia di milioni di tonnellate di CO₂ che si accumula indipendentemente dagli accordi di pace e che ricade sull’intero Pianeta per decenni.

Guerra locale, costo globale

Le attività militari mondiali producono circa il 5,5 per cento per cento delle emissioni globali annuali di gas serra, in pratica sono il quarto più grande emettitore del pianeta dopo Cina, Usa e India, la stessa quota prodotta dall’intero settore del cemento. Le sole forze armate statunitensi emettono oltre 40 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente l’anno, classificandosi come il 54° produttore mondiale.

“Questo dimostra che i conflitti non sono locali come si pensa – prosegue Pasini -: sono laggiù, chi se ne importa. Non è così, i conflitti sono globali: a livello locale producono in maniera diretta morti e rovina, ma in modo indiretto contribuiscono ai cambiamenti climatici che causano eventi estremi, siccità, inondazioni”.

Danni ambientali

Il Conflict and Environment Observatory ha analizzato i danni e i rischi ambientali emergenti in Iran e nella regione a seguito dell'operazione Epic Fury: da una valutazione di tre giorni sono stati osservati continui episodi di inquinamento che mettono a rischio persone ed ecosistemi, esponendoli a danni acuti e a lungo termine, e tendenze che potrebbero portare a danni ambientali sostanziali con il proseguire della guerra.

“Al 10 marzo sono stati identificati oltre 300 incidenti, 232 dei quali valutati per il loro rischio ambientale, in Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Giordania, Cipro, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman e Azerbaigian - si legge nel report del Conflict and Environment Observatory –. La tipologia di struttura di gran lunga più comune è l’obiettivo militare (123). Tra queste, la sottocategoria più colpita è quella delle basi aeree (26). Al di fuori dei siti militari, gli incidenti riguardano una vasta gamma di tipologie di strutture, con diversi profili di inquinamento, dagli ospedali ai depositi di pneumatici, fino alle raffinerie di petrolio”.

Siti militari sotto attacco

Molti siti militari attaccati mostrano esplosioni e incendi secondari, che raramente distruggono tutti i materiali pericolosi e possono generare ulteriore inquinamento.

“I probabili contaminanti includono carburanti, oli, metalli pesanti, composti energetici e Pfas – afferma il Conflict and Environment Observatory -, mentre gli incendi possono rilasciare diossine e furani. Molte delle più grandi installazioni militari iraniane si trovano in aree rurali o sotterranee, il che complica la valutazione dei danni e potenzialmente riduce i rischi di esposizione umana, ma altri siti in Iran, Libano e nel Golfo Persico si trovano vicino alle città, aumentando i rischi di esposizione della popolazione agli inquinanti”.

L'Iran e i Paesi del Golfo controllano una quota sostanziale della produzione globale di petrolio e gas, e gli impianti di produzione, raffinazione, stoccaggio ed esportazione di questi combustibili fossili sono bersaglio di attacchi: altri bombardamenti, altro inquinamento.

Inquinamento marino

Poi c’è l’inquinamento marino. Lungo le coste del Golfo Persico dove esistono ancora zone di particolare importanza ecologica, si sono verificati numerosi incidenti. Gli Stati Uniti potrebbero aver danneggiato o affondato più di 43 navi e attaccato infrastrutture portuali militari in diverse località intorno a Bandar Abbas e Konarak.

I rischi si estendono oltre la regione: la fregata iraniana Dena è stata silurata vicino alla costa dello Sri Lanka e la conseguente chiazza di petrolio lunga 20 chilometri minaccia aree ecologicamente importanti lungo la costa.

“I mari hanno un ecosistema molto fragile – aggiunge Pasini - e quando si colpiscono e affondano navi come in questa guerra, gli sversamenti di carburanti e oli hanno un impatto devastante, con un rischio significativo di inquinamento”.

Crisi idrica e alimentare

Non basta. Anche prima del conflitto la regione si trovava ad affrontare una grave crisi ambientale, soprattutto sul fronte delle risorse idriche.

“Il conflitto probabilmente causerà un'ulteriore e più grave pressione sulle risorse naturali – scrive l’Unep, l’agenzia Onu per l’ambiente, nella dichiarazione per il cessate il fuoco -, danneggerà gli ecosistemi marini e terrestri, comprometterà gli sforzi per migliorare la resilienza idrica e climatica e avrà un impatto sulla catena e sulla sicurezza alimentare. L'inquinamento derivante da incendi incontrollati può penetrare nel suolo e nell'acqua, infiltrarsi nelle falde acquifere ed essere assorbito dalle colture, contaminando le scorte alimentari”.

Contaminazione di cibo, acqua, aria

L'escalation del conflitto e il suo impatto sulla salute pubblica sono motivo di grande preoccupazione anche per l’Organizzazione mondiale della sanità: i danni agli impianti petroliferi in Iran rischiano di contaminare cibo, acqua e aria, con gravi conseguenze per la salute, soprattutto di bambini, anziani e persone con patologie preesistenti.

“Ancora una volta siamo in presenza di una guerra legata ai combustibili fossili – conclude Pasini -. La motivazione ufficiale è esportare democrazia? Guarda caso ogni volta che si vuole esportare la democrazia c’è di mezzo il petrolio. Noi per primi dovremmo pensare che il bene dell’ambiente coincide con la sicurezza energetica, affrancandoci dalle dinamiche di guerra”.