Ci sono tra gli 11 mila e 12 mila lavoratori irregolari impiegati nel settore agricolo in Calabria. Un fenomeno rilevante soprattutto durante le raccolte stagionali, con numeri diversi da provincia a provincia. È molto presente nei territori di Corigliano, Rossano Calabro, Sibari, Cassano Jonico, Tarsia, Trebisacce, ed è e strettamente connesso alla manodopera straniera proveniente soprattutto da India, Marocco e Mali.

A rivelarlo il Cnr-Ismed, l'Istituto di studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche, che è intervenuto sull'omicidio di quattro braccianti agricoli bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) nel minivan che li stava riportando a casa dopo la giornata di lavoro nei campi.

Donato Di Sanzo e Giovanni Ferrarese, autore quest’ultimo del volume “Il caporalato. Una storia”, ricercatori del Cnr-Ismed, spiegano che le condizioni di questi lavoratori irregolari possono anche essere molto diverse tra loro. Ci sono braccianti che hanno un contratto, elemento che però in alcuni casi è una tutela solo formale, e operai che lavorano nelle condizioni più informali.

Condizioni di sfruttamento

“Dietro a rapporti apparentemente regolari si celano spesso condizioni di sfruttamento caratterizzate da orari di lavoro ben superiori a quelli previsti dalla normativa – spiegano gli studiosi -, retribuzioni assimilabili al cottimo ma formalmente presentate come salari ordinari, nonché da un numero di giornate lavorative dichiarate inferiore a quelle effettivamente svolte. Nei casi di lavoro nero, invece, si è spesso di fronte a forme di sfruttamento estremo, alimentate dalla precarietà delle condizioni di vita, dall'assenza di un regolare permesso di soggiorno e dalla mancanza di reali alternative occupazionali”.

Fenomeno in aumento

Si tratta di un fenomeno in aumento: lo testimoniano i numeri dell'ultimo Rapporto Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo e sulla protezione delle vittime curato da Altro Diritto, in collaborazione con l'Osservatorio Placido Rizzotto e Flai Cgil, che monitora ogni anno l'applicazione della legge 199 del 2016.

Le vicende di sfruttamento individuate nel VI Rapporto presentato a marzo sono salite a 1.249, ben 415 in più rispetto all’anno precedente. L'incremento è di quasi il 50 per cento dei casi rispetto all’indagine precedente.

Intermediazione illecita

Stando alle analisi del Cnr-Ismed, il sistema è complesso e articolato e non riguarda solo la Calabria, ma tutto il settore agricolo nazionale. Si basa su consolidati meccanismi di intermediazione illecita della manodopera, il caporalato. “Il fenomeno del caporalato, storicamente radicato nel mercato del lavoro agricolo italiano – affermano gli studiosi -, ha assunto negli ultimi decenni configurazioni sempre più sofisticate. Le indagini e gli studi sul tema evidenziano una crescente integrazione operativa tra caporali stranieri e intermediari italiani, capaci di adottare modalità di reclutamento e gestione della forza lavoro sempre più difficili da individuare”.

Delle vere e proprie reti del caporalato. Come funzionano? Organizzazioni e figure di riferimento appartenenti a diverse comunità straniere interagiscono con interessi economici e strutture locali. In alcuni territori, tra cui la Calabria, il fenomeno si intreccia inoltre con il tradizionale interesse delle organizzazioni criminali nei confronti del settore agricolo.

Il ricorso alla violenza

“Il rapporto tra caporale e bracciante si configura non come una normale relazione lavorativa – affermano Di Sanzo e Ferrarese -, bensì come un rapporto di potere e subordinazione, esercitato attraverso il controllo delle persone, la dipendenza economica e, nei casi più gravi, il ricorso alla minaccia e alla violenza”.

La violenza interviene quando gli altri strumenti di coercizione, dal ricatto legato alla condizione giuridica del lavoratore fino alla vulnerabilità occupazionale, non risultano sufficienti a garantire il mantenimento dell’ordine e del funzionamento del sistema di sfruttamento. Non è quindi un’anomalia, ma uno degli strumenti attraverso cui il caporalato continua a perpetuarsi e a riprodurre condizioni di grave sfruttamento e coercizione.