Il disegno di legge del governo che modifica le regole sull'imputabilità delle persone minori che abbiano compiuto i 14 anni “è profondamente pericoloso e sbagliato, e porta ad una grave regressione culturale e ad uno stravolgimento dell’impianto della giustizia minorile. Nella totale assenza di una visione complessiva dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e di interventi in loro favore, si interviene ancora una volta con una politica fatta di derive securitarie, sempre attenta al richiamo mediatico, alla cronaca, e sintonizzata in chiave elettoralistica con le pulsioni del proprio elettorato più radicale”. Così le segretarie confederali della Cgil, Daniela Barbaresi e Lara Ghiglione.

Finora, proseguono, “il giudice era chiamato ad accertare caso per caso il grado di maturità del minore, riconoscendo che l'adolescenza è una fase evolutiva nella quale lo sviluppo cognitivo ed emotivo non può essere ricondotto a presunzioni generali. Invertire l'onere della prova significa spostare la giustizia minorile da una logica educativa e personalizzata a una prevalentemente punitiva, mettendo in discussione un modello che ha sempre avuto come obiettivo prioritario il recupero della persona e la finalità rieducativa prevista dall'articolo 27 della Costituzione”.

Evidente, a loro avviso, che soprattutto nelle aree geografiche e urbane caratterizzate da maggiori disuguaglianze sociali, povertà educativa e marginalizzazione, “il mancato investimento nei percorsi educativi e nei servizi territoriali produce un effetto moltiplicatore dell'esclusione sociale, creando terreno fertile per fenomeni di disagio e devianza”. Devianza, aggiungono, “che cresce dove aumentano la dispersione scolastica, la povertà educativa, il disagio psicologico, la fragilità delle famiglie, l'assenza di presìdi sociali e culturali e la mancanza di opportunità”.

Di fronte a tutto ciò “il governo continua a rispondere con nuovi strumenti repressivi, alimentando l'illusione che la sicurezza possa essere costruita attraverso l'espansione del diritto penale anziché attraverso politiche di inclusione e di prevenzione”.

“L’esecutivo - dunque - interviene puntualmente solo quando fatti di cronaca particolarmente gravi colpiscono l'opinione pubblica. Così, dopo i rave, dopo Caivano, dopo i decreti sicurezza, oggi è la volta di mostrare il volto più duro nei confronti delle persone più fragili, le ragazze e i ragazzi minorenni, alimentando l'idea che l'inasprimento della risposta penale sia la soluzione a fenomeni complessi che hanno invece profonde radici sociali, economiche, educative e culturali. Quando si sceglie di sostituire il welfare con il diritto penale e la prevenzione con la repressione - concludono le segretarie confederali - non si costruisce una società più sicura: si costruisce una società più ingiusta”.