PHOTO
Sette personaggi della grande storia diventano creator digitali per parlare alle future matricole. L'Università degli Studi di Bari Aldo Moro ha lanciato la sua nuova campagna immatricolazioni per l'anno accademico 2026/2027 e si fregia apertamente di averla realizzata con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Cleopatra, Cristoforo Colombo, Archimede, Aristotele, Marco Polo, Elisabetta I e Ippocrate vestono i panni di otto ragazzi e ragazze della Generazione Z e provano a parlare come se fossero vissuti nel 2026.
Quale idea di università?
Ho chiesto a chat gpt di scrivere un articolo critico nei confronti di questa notizia è il risultato è stato sorprendente: lo ha scritto esattamente come lo avrei fatto io. Spoiler: non l’ho addestrata. Non c’è dubbio: se è intelligente conosce i miei interessi e capta le mie ricerche, ma proprio perché artificiale non sa difendersi. E qui veniamo al merito della questione. La campagna dell'Università di Bari, ricorrendo in modo evidente all'intelligenza artificiale per la realizzazione delle immagini, apre una riflessione che va ben oltre il gusto estetico. Il punto non è – solo - stabilire se le immagini siano "belle" o "brutte", ma chiedersi quale idea di università trasmettano.
Tutti gli errori: estetici ed etici
Un ateneo è, per definizione, il luogo delle persone: studenti, ricercatori, docenti, personale tecnico-amministrativo. È uno spazio fatto di relazioni, esperienze, corpi, errori, crescita. Sostituire questa dimensione con volti perfetti, scenari artificiosi e atmosfere costruite da algoritmi rischia di trasformare la complessità della vita universitaria in un prodotto bidimensionale.
Come ben evidenziato nella sua analisi social da Aestetica Sovietica, di errori in questa operazione ce ne sono diversi, e non soltanto di natura estetica. Questi ultimi, infatti, non mancano: dal sincronizzazione poco coerente e affettata delle voci, alla riproduzione di scorci della città che presentano particolari inesistenti o molto diversi nella realtà.
Risorse artificiali vs risorse umane
Il primo aspetto riguarda l’uso di una tecnologia generativa che non è neutra e che richiede un dispendio energetico notevole (elettricità, acqua, suolo, come documentato dal rapporto Carbon Trust del 2026). Un’università - che è il luogo della formazione e della sperimentazione per eccellenza - avrebbe potuto impiegare le molte risorse umane disponibili sul campo: giovani talenti iscritti alle facoltà legate al mondo della comunicazione, del marketing e della creatività.
Il paradosso dell’ateneo: dalle persone agli algoritmi
Il secondo aspetto riguarda un enorme paradosso: proprio mentre l'università è chiamata a formare cittadini capaci di sviluppare spirito critico nei confronti delle nuove tecnologie, sceglie di affidare la propria immagine a uno strumento che, per sua natura, tende ad appiattire le differenze e a riprodurre modelli estetici standardizzati. Un'università non è un'azienda che vende un prodotto. Se decide di utilizzare immagini generate artificialmente e ne fa anche motivo di vanto, dovrebbe spiegarne le ragioni. Dovrebbe spiegare ai propri studenti, invitati a investire anni e denaro nello studio matto e disperatissimo per acquisire competenze, come mai ha scelto una scorciatoia che sostituisce proprio molte di quelle competenze con l’AI.
Lo svilimento del lavoro creativo
E qui arriviamo al terzo aspetto: il rapporto con il lavoro creativo. Affidare la rappresentazione istituzionale a immagini sintetiche significa mandare un messaggio molto chiaro a professionisti come fotografi, illustratori, grafici e designer: possiamo fare a meno di voi.
Il linguaggio stereotipato
Il quarto nodo riguarda la scelta di far parlare i personaggi storici – tutti rigorosamente belli o bellocci - con un linguaggio attuale, ma attraverso espressioni retoriche e stereotipate, che per esempio fanno dire a Cleopatra, strizzando l’occhio: “L’aria di Bari, il mare, la focaccia mi hanno conquistata. Strano! Perché a conquistare sono sempre io”. Una frase talmente sessista e retrograda che ha una sola giustificazione: essere stata scritta da una macchina.
Una campagna che non piace agli studenti
Infine, c’è da dire che la campagna ha suscitato diverse critiche e commenti negativi proprio da parte della comunità studentesca a cui si rivolge, che non sembra aver gradito l’operazione, anche per i motivi già evidenziati. E qui arriviamo al quinto e ultimo errore, quello commesso generalmente dalla maggior parte degli adulti che vogliono avvicinarsi ai giovani: pensare che basti usare qualche espressione gergale acchiappata sui social per parlare la loro lingua. Nella maggior parte dei casi – e questa campagna non fa eccezione – il risultato è un trionfo del cringe, ovvero la differenza abissale tra giovane e giovanile.
























